Bolle di bullismo

“Certo quei pantaloni verdi erano orrendi, ma mia mamma si ostinava a farmeli mettere, ed era questa l’occasione che spingeva un gruppo di ragazzi della classe, come quelli dello scuolabus, a prendersi gioco di me; ero piccolo, avevo 12 anni, ma già mi cucinavo da solo, o meglio buttavo la pasta a pranzo perché ero solo, i miei lavoravano. A scuola restavo sempre molto sulle mie, non mancavano occasioni ai ragazzi di poter puntare le loro attenzioni su di me, una volta i pantaloni, poi gli occhiali, insomma non mi facevo mancare niente per essere preso in giro”. Quando lo incontro è già all’Università e da lì a poco si laurea in Medicina con il massimo dei voti; oggi, continua la sua carriera come un treno ad alta velocità.
Quanto lo abbia segnato questo vissuto non ci è dato saperlo, ma senz’altro ha contribuito modellando la forma della sua esistenza; guardando i risultati ottenuti nella scena pubblica può ritenersi uno in gamba, che sa quello che vuole, punta e raggiunge gli obiettivi. In questa società votata al successo lui potrà raggiungerlo. Ora di disamine interpretative ne potremmo fare tante, ma in questo momento è opportuno soffermaci su queste ripetute prevaricazioni subite dal gruppo dei pari. È stato bullizzato? Se sì, perché? Se no, allora come possiamo definirlo quello che ha subito? Oppure possiamo ritenere quanto occorso come una delle possibili situazioni in cui, ciascuno di noi, si può ritrovare, che volente o nolente appartengono alle dinamiche esistenziali?
Negli ultimi anni i media, le chiacchiere di paese, i social, le scuole e la politica hanno posto attenzione a quello che è stato denominato “bullismo”. Le prime ricerche sul fenomeno provengono dal gelido nord, area scandinavo-norvegese, quando alla fine degli anni settanta, Dan Olweus (psicologo) classe 1931, si è dedicato al problema della violenza nelle scuole sviluppando alcuni metodi di prevenzione. I suoi lavori hanno spinto a realizzare numerose ricerche in tutto il mondo occidentale ed occidentalizzato, divenendo di fatto l’apripista di questi studi e degli inevitabili interventi. Per onore di cronaca va senz’altro annoverato il lavoro di Peter-Paul Heinemann (medico-chirurgo), nato in Germania ma svedese d’adozione, che cronologicamente è precedente a quello di Olweus, dal titolo “Mobbing gruppvåld bland barn och vuxna” [Mobbing. Prepotenza di gruppo tra i bambini e gli adulti] del 1972.
Il termine usato per descrivere questo fenomeno è bullismo, una sorta di italianizzazione del termine inglese “Bullying”; in Scandinavia il termine adoperato è invece Mobbing, ma sappiamo benissimo che in Italia viene impiegato per specificare le vessazioni in ambito lavorativo. Nel momento in cui questo termine, bullismo appunto, viene usato non più solo ed esclusivamente in ambito scientifico, divenendo di fatto di uso comune, ha lasciato che si manifestasse tutta l’ambiguità del portato del termine stesso. Non mi sono quindi sorpreso del fatto che, durante una riunione del Tavolo permanente sul bullismo, istituito dal Comune di Mugnano di Napoli, un genitore, nel raccontare le discriminazioni/prevaricazioni subite dalla figlia, un soggetto con specifiche allergie, da parte della dirigenza della scuola che frequentava, l’abbia definito bullismo. Come non sono rimasto sorpreso quando alcune insegnati mi indicavano qualche ragazzo come “bulletto”, non per definirlo come l’autore di prevaricazione ai danni di altri ragazzi, ma per il comportamento scanzonato.
L’uso disinvolto del termine bullismo, adoperato forse impropriamente anche dai media per raccontare atti vandalici, di teppismo e di criminalità, ha generato nell’opinione pubblica molta confusione, eppure tutti gli interventi atti a fronteggiare il fenomeno non si sono sprecati nel definirlo in un determinato modo; resta comunque un alone semantico che forse ci vorrà indicare qualcosa.
Quando insieme ad un gruppo di colleghi, coadiuvati dall’amministrazione comunale, abbiamo pensato di dare vita al Tavolo permanente sul bullismo, lo abbiamo fatto proprio sulla scia emotiva scaturita da un fatto di cronaca: era metà marzo 2017 quando un ragazzo di 13 anni viene pestato a sangue da un gruppo di coetanei. I racconti su come sia andato l’accaduto si sono susseguiti, ma quello che maggiormente traspariva dagli articoli pubblicati e dalle interviste era che veniva annoverato come bullismo; certo c’era una sorta di intenzionalità del gruppo di aggressori, erano coetanei, si era creata una circostanza asimmetrica, tutte caratteristiche che troviamo nelle ormai note definizioni date da Olweus e da Sharp e Smith, ma mancava la ripetitività nel tempo. Ora questa assenza della durata nel tempo ci deve consentire di non definirlo bullismo? Non credo che sia stato questo il problema insormontabile, ma senz’altro mostrava le possibili sovrapposizioni con altri fenomeni, molto conosciuti, come quello della criminalità; sappiamo anche che alla criminalità si possa aggiungere una quota di ripetitività ed organicità, finendo per assumere il connotato di “criminalità organizzata”. Il nostro ragazzo, un nostro figlio, è stato colpito senz’altro da un’azione violenta perpetrata da ragazzi suoi coetanei, un atto ignobile, che ha cagionato danni fisici evidenti. Un atto che il nostro sistema giuridico sanziona da un punto di vista civile e penale, ma il problema è che questi rei sono minori di anni 14, non imputabili, perché il nostro ordinamento prevede nei minori di 14 anni una sorta di incapacità di intendere e di volere, non possono ritenersi le loro azioni, in un certo senso, intenzionali. Alla luce di quanto detto possiamo ritenere opportuno considerare questo evento senz’altro un atto criminale, figlio talvolta del disagio sociale e talaltra di quello personale, che alimenta le file di tutti quei fenomeni di devianza, tra cui c’è anche il bullismo.
Isolare il bullismo dalle sovrapposizioni indotte dall’ambiguità del termine e dalla prossimità con altri fenomeni di devianza sociale, diventa utile nel momento in cui si chiarisce lo statuto di questo fenomeno. Dall’osservatorio da cui parlo, quello del Tavolo permanente sul bullismo del Comune di Mugnano di Napoli, ho ritrovato nella legislazione regionale realizzata ad hoc in merito al bullismo, una visione del fenomeno ad ampio raggio, senza chiare delimitazioni, che tiene conto dell’aspetto pedagogico, sociologico, psicologico, dell’ordine pubblico e perfino tecnologico, in continuità con le linee guida nazionali ed europee; forse è giunto il momento di comprendere quanto, quando e quali aspetti sono interessati nell’ottica della prevenzione, dell’informazione e della tipologia degli interventi da realizzare nel momento in cui il fenomeno è in atto o sembra essersi consumato.
Da settembre ‘17 a maggio ’18 ho avuto la possibilità di immergermi nelle scuole del territorio di Mugnano di Napoli insieme ad altri colleghi, siamo partiti a briglie sciolte, proprio come di fronte a qualcosa che si presenta per la prima volta. Il tavolo non è ancora un ente formalizzato, è un work in progress, ma preferisco chiamarlo una ricerca intervento, anche perché l’abuso della terminologia inglese arreca ulteriori fattori di incomprensibilità; vista la necessità di interfacciarci con il maggior numero di persone, e data la delimitazione geografica in cui si opera, forse un po’ di dialetto non guasterebbe, insomma, “jammo a vere’” [andiamo a vedere].
Entrare nelle scuole elementari, che oggi si chiamano scuole primarie, pubbliche e private è stato come un tuffo nel passato, i ricordi di quegli anni sedimentati nella mia memoria mi riportavano alle maestre che mi hanno tirato su, non mi hanno insegnato solo a leggere e scrivere ma mi hanno fatto stare con gli altri. Ho riconosciuto i luoghi che da piccino percorrevo, alcuni erano ancora così, come se il tempo non fosse mai passato. Certo alcune maestre oggi sono mie coetanee, ed ho scoperto anche la presenza dei maestri; sono cambiate delle cose, non c’è più la maestra/o unica/o ma quella/o prevalente, ma questo è un altro discorso.
Siamo di fronte ad una platea di alunni dai 6/7 anni ai 10/11 anni, quasi tutti hanno frequentato la scuola dell’infanzia, la vecchia scuola materna, dove le docenti si accingono ad educare formando, in continuità con l’opera genitoriale di formare educando.
Certo alcune ricerche sul bullismo, non ultima quella portata avanti nel 2009 dall’Ufficio Scolastico Regionale della Campania, l’Osservatorio sul Bullismo ed il Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli, ci faceva pensare alla presenza del fenomeno bullismo anche nelle scuole elementari; una ricerca svolta attraverso l’autosomministrazione di questionari standardizzati e già utilizzati in altre ricerche. Noi invece abbiamo preferito l’osservazione, abbiamo ascoltato gli insegnanti, i ragazzi ed i genitori in dinamiche gruppali.
La nostra presenza all’interno delle scuole primarie non è stata da subito accolta, soprattutto perché emergevano tutte le difficoltà connesse alle autorizzazioni; in un anno scolastico siamo riusciti a fare un’unica osservazione in un’unica classe IV, dopo aver avuto le autorizzazioni dalla dirigenza, dai genitori degli alunni e dal corpo insegnante, con i quali ci siamo incontrati e confrontati prima e dopo. Entrare in quella classe, durante le lezioni, è stato il tentativo di poter sentirmi uno di loro, la mia presenza veniva avvertita, gli sguardi cadevano spesso verso di me, non riuscivano a farne a meno, la collega Tiziana che ha fatto la stessa osservazione mi ha ribadito gli stessi vissuti. Abbiamo svolto questo tipo di osservazione in due momenti diversi, con insegnanti diverse, accorgendoci del cambiamento dello stile di stare in classe a secondo dell’insegnante
Abbiamo fatto anche un incontro solo con i ragazzi, un incontro che ci ha lasciato cogliere l’atmosfera che ricopre quel viversi la scuola come momento libero da schemi e condotte formative, dove il gruppo appannava i singoli; quello che maggiormente ci ha colpiti è stata l’elevata animosità. Fanciulli pieni di energie, che lasciati in un fluire liberi e non rivolti ad un obiettivo hanno dato sfogo al loro essere gruppo, che si muoveva all’unisono, coeso. Hanno colto in questa occasione l’opportunità di fare bordello, casino, ma non in maniera disorganizzata, bensì seguendo una linea, una coerenza, che rispecchiava atteggiamenti mediati dalla loro educazione, ricevuta dai media, dall’ambiente socio-culturale, dalla scuola e dalla famiglia. Mi hanno ricordato quando facevo il militare di leva, dove il rompere le righe attivava lo “sbracarsi”, tutti i simboli che riguardavano l’ordine e la disciplina venivano allontanati con veemenza, con forza, come manifestazione di liberazione dall’essere piegati all’autorità costituita, dove l’obbligo all’inferiorità cedeva il passo all’industriarsi caotico.
In effetti siamo stati di fronte ad un gruppo costituito da “fanciulli” in pieno stadio delle operazioni concrete di cui parla Piaget. Sono nel periodo evolutivo in cui è presente il pieno contrasto tra la dimensione “dell’industriosità” e quella “dell’inferiorità”, come definiti da Erickson e presenti in quello che Freud definiva il periodo di latenza.
Certo ci siamo portati a casa un bel mal di testa, segno anche del contrasto che viveva in noi tra il mantenere in qualche modo l’ordine e lasciarli liberi di fluire, ma anche dell’accorgerci della forza intrinseca che acquista il gruppo di pari, che se posti in una situazione di comunicazione, soprattutto emotiva e di interazione, possono acquisire nuove competenze; come sottolinea Daniele Novara, sono proprio gli educatori quelli che dovrebbero crearne le condizioni: “ossia la capacità di sviluppare all’interno della classe un’attitudine alla comunicazione e all’interazione che consente agli alunni di evidenziare le situazioni critiche, le componenti di disagio relazionale e quindi i conflitti latenti; e la capacità di sostenere i ragazzi nel riconoscimento, nella lettura e nella gestione della situazione conflittuale per acquisire nuove competenze sociali e personali.”
La cosa che è utile sottolineare è che, nonostante l’atteggiamento caotico di “elevata animosità”, non sono apparsi segni di prevaricazione tra i membri del gruppo di pari, non c’erano circostanze che apparivano asimmetriche; nel chiedere loro “sei mai stato preso in giro?” la maggior parte risposero di sì, ed avrebbero risposto così anche ad un questionario autosomministrato, anche con le dovute precisazioni del tipo “non si tratta di prepotenze quando due ragazzi/e, all’incirca della stessa forza, litigano tra loro o fanno la lotta”. Quindi appariva chiaro che, soprattutto quando venivano raccontati i fatti, quel prendersi in giro fosse pertinente alle dinamiche del litigio e della lotta.
Le differenze soggettive vanno tenute in considerazione, certamente ci potranno essere quelli più vulnerabili alle “prese in giro” e quelli più avvezzi a perpetuarle, ma l’educazione alla comunicazione ed all’interazione facilitano l’elaborazione di queste situazioni.
Discorso a parte per le scuole secondarie di primo grado, che non mi vogliate continuerò a chiamare scuole medie, con le quali si stabilì subito un contatto, vuoi anche perché erano già alle prese con la realizzazione interna di un progetto sul bullismo. Pertanto con loro il discorso è stato più strutturato, tanto da realizzare anche due sportelli d’ascolto psicologico, uno rivolto agli alunni guidato da Silvia, l’altro rivolto a genitori ed insegnanti alla cui guida c’è stata Giorgia.
L’ambiente delle scuole medie, anche a sentire le voci di corridoio, appariva essere quello che doveva far emergere questo fenomeno. Da subito fummo coinvolti nelle faccende di questa scuola. Non dimenticherò, quando ancora non avevamo insediato gli sportelli d’ascolto, l’invito sul finire di ottobre a vedere un ragazzo; da quanto mi riportavano sembrava avesse subito continue vessazioni. Un ragazzo introverso, piccoletto, di seconda media. Quando lo vidi la situazione apparve già risolta, anche perché gli insegnanti, venuti a conoscenza dell’accaduto, si mossero per poterne parlare in classe. Il ragazzo appariva imbarazzato, non aveva mai avuto un incontro con uno psicologo, la cosa da un lato lo incuriosiva. Si era già chiarito con i ragazzi che lo avevano preso di mira, ed avevano smesso di importunarlo, la cosa era durata alcuni giorni, ma non appena furono redarguiti cessarono i lori atteggiamenti prevaricatori. Il fatto di poter parlare di sé lo alleggeriva, anche la sua postura diventava meno rigida, ed io sentivo come il dialogo prendeva forma. Il racconto dei fatti accaduti impegnò solo alcuni minuti del nostro incontro, in una grande stanza adoperata per incontri con un grande pubblico. Condividevamo il nostro essere piccoli in un grande spazio, che paradossalmente ci avvicinava. Lui si è potuto raccontare ed è questa la cosa che lo ha animato, la sua storia poteva essere messa fuori. A volte ti rendi conto come un ascolto rispettoso ed attenzionato possa diventare, anche per un ragazzino di circa 12 anni, il veicolo per acquisire la stima verso sé stessi. Non l’ho più visto, ma rimarrà sempre vitale il suo ricordo.
Ho incontrato anche la mamma, il papà non poteva. Una madre attenta, sotto certi versi anche troppo. Si era accorta che comunque la situazione si era risolta, ma nonostante ciò ha voluto incontrarmi lo stesso, il motivo apparente era quello relativo agli episodi accaduti al figlio, ma come si sa dietro le richieste esplicite si celano anche quelle implicite. Il vissuto che mi portava era quello di aver paura di non fare abbastanza per i propri figli; le fragilità animano le atmosfere rendendole pregnanti di emozioni, non puoi che vivertele e portartene a casa un pezzettino, con la speranza di aver accolto quel grido dell’anima, che ti fa scoprire quando noi umani ci sentiamo impotenti di fronte alle cose umane. Non cercava soluzioni, ma solo che qualcuno potesse sentire quanto lei si impegnasse a tirare su i propri figli; posso solo dirle che ci è riuscita.
Quando ti trovi di fronte a certe situazioni, che hanno a che fare con il mondo psicopatologico solo in maniera tangenziale, ti accorgi che il mondo del disagio è ben più ampio, a cui non può essere data solo la pura e semplice presenza ma è necessario un atteggiamento che si apra all’accoglienza senza se e senza ma, lasciandosi colpire e, perché no, anche affondare.
Nei primi mesi dell’anno scolastico sono stati molti gli incontri con insegnanti, genitori e alunni. L’opera di informazione su cosa il Tavolo permanente sul bullismo fosse ed il tentativo di fornire le dovute notizie per circoscrivere il fenomeno bullismo ed il suo derivato cyberbullismo, è stata intensa e per certi versi ci ha fatto cogliere l’attenzione verso questo fenomeno, che sembra aumenti in maniera esponenziale in prossimità di eventi affini al fenomeno, mentre perda di presa quando ci si ritrova in una situazione di calma apparente.
Questi eventi formativi e gli incontri effettuati in questo scenario, ci poneva di fronte ad una questione cruciale: ma noi psicologi che ruolo possiamo occupare nei riguardi di un tale fenomeno? Certo possiamo porci ad osservarlo, ricercarlo, monitorarlo, prevenirlo, intervenire laddove sembra aver avuto luogo; ma la vocazione clinica ci pone di fronte all’esigenza di comprenderlo. Va chiarito lo statuto di questo fenomeno. Lo dobbiamo considerare un reato? Allora il rimando alle istituzioni dell’ordine pubblico e alla dimensione giuridica è dovuto. Lo dobbiamo considerare una patologia sociale? Non va esclusa, soprattutto perché sono coinvolti i gruppi, ed il gruppo può essere considerato una entità sociale, talvolta con un contenuto e senza una forma; ma il gruppo potrebbe anche essere solo una cassa di risonanza per determinate condizioni soggettive. Lo dobbiamo considerare una conseguenza e la risultante di soggiacenti quadri psicopatologici individuali? E su questo lo psicologo potrebbe avere pane per i suoi denti, anche perché il fenomeno è agito e/o subito dagli individui. Lo dobbiamo considerare un correlato di una scorretta azione pedagogica? Certo l’educazione gioca un ruolo, ed oggi si assiste sempre di più ad una sorta di evanescenza di quegli elementi educativi basilari che costituiscono lo sfondo di una società civile.
Ognuno può dire la sua, sociologi, psicologi, pedagogisti, medici, legali, giudici e quant’altri possono ruotare attorno al mondo dei giovani, con i propri paradigmi di riferimento. Ma lo statuto resta celato dietro innumerevoli pseudostatuti. Noi ormai ci stiamo abituando a questa società dove le sovrastrutture finiscono per nascondere le strutture, perdendo di vista il nocciolo della questione. Il paradigma positivistico, con il suo riduzionismo sfrenato, ormai imperversa, frammentando in tanti piccoli pezzi fenomeni che sono chiari solo se letti nel loro insieme.
Lo sforzo che auspico ci sia oggi è quello che del fenomeno bullismo non sia perso di vista il tutto. In primo luogo, circoscriviamolo al mondo dei giovani, perché era questo l’intento di chi per primo lo ha rilevato. Data l’età dei partecipanti credo che sia più opportuno invece di parlare di intenzionalità, parlare di agito, perché pur non volendo escludere la volontarietà, dobbiamo sempre tenere conto del portato patico emotivo che nelle relazioni, soprattutto tra giovani, ha una grande valenza che finisce per alterare sempre e comunque qualsiasi atto.
Più che di asimmetria, più forte contro più debole, tanti contro pochi, parlerei di circostanze, non è raro trovare un ragazzo bullizzato che diventa bullo o viceversa. Un ruolo importante ha lo spazio in cui questo fenomeno avviene, a scuola, per strada, nei luoghi di ritrovo, sui social. Spazi solitamente vissuti come di passaggio, pubblici ma allo stesso tempo privati, dove lo spostamento da essere uno dei tanti ad essere io assume un peso specifico di grande rilievo.
Un discorso a parte costituisce il tempo, infatti viene tenuta in considerazione la durata delle prevaricazioni, perché se è successa una sola volta, o poche volte, una prevaricazione potrebbe in maniera quasi scontata essere definita una dimensione della lotta o del conflitto tra pari. Il tempo invece da tenere in considerazione è quello vissuto, che risulta essere più discriminante. Il tempo inteso in senso cronologico, porta inevitabilmente a vedere, se ci si pone al fianco di chi subisce l’agito, come bullismo qualsiasi conflitto; mentre se ci si porta al fianco di chi perpetua l’agito lo si vedrà sempre come conflitto tra pari. Il tempo vissuto ci porta a tenere in considerazione le dimensioni dell’aperto e del chiuso. Il bullismo è un tempo aperto, come quei discorsi che non arrivano a concludersi, chiudere il discorso è il compito di chi interviene. Talvolta il discorso si chiude all’apparenza, ad esempio finisce con il passaggio in quella scuola, ma resta aperto nei protagonisti della vicenda. Talatra rimane aperto imperterrito fino a quando, di solito chi subisce l’agito, non compie un atto come il suicidio. Alcune volte all’apparenza sembra che il discorso si vada chiudendo, ma resta aperto percorrendo strette insenature. Agire tempestivamente ed accuratamente questo è l’unico modo affinché non si giunga ad esiti nefasti, che possono essere evidenti come nel caso del suicidio, ma soprattutto subdoli; infatti, le conseguenze di prevaricazioni perpetuate, subite e/o agite nel tempo possono contribuire alla strutturazione dell’individuo adulto. Insomma, il bullismo c’è fino a quando è aperto il discorso; dobbiamo imparare a chiuderli certi tipi di discorsi, non mettendoci una pietra sopra, ma avendo il coraggio di elaborarli e farli diventare esperienze vissute. Non devono diventare cose ormai passate, ma cose a cui dare un senso di questa situazione-limite, da cui ripartire.
Jaspers nel 1919, nel testo “Psicologia delle visioni del mondo”, rivela che le componenti comuni delle situazioni-limite sono la sofferenza ed una certa gioia di vivere, di avere un senso, di crescere. La prima si evince osservando passivamente le situazioni-limite, la seconda si erge dalla vita attiva, da quella forza che solo le situazioni-limite possono dare, ed avere consapevolezza del naufragio in cui si ritrovano può senz’altro alimentare lo sviluppo delle forze delle idee e di progredire. Proprio come fa la protagonista del libro per giovani ed adulti di Luigi Ballerini e Luisa Mattia “Cosa saremo poi”, Lavinia, che dopo essere stata nel discorso aperto del bullismo, ed aver tentato il suicidio, ritrova da questo la vita attiva, il teatro fa da nuova cornice per lo sviluppo delle forze per progredire; mentre Falco, il prevaricatore, resta fermo nel discorso aperto senza che nessuno lo aiuti a chiuderlo: chissà cosa sarà di lui.
Alla luce di quanto detto il fenomeno del bullismo ha in sé un carattere di naturalità, ma non per questo dobbiamo sottometterci al “si salvi chi può”; l’uomo è un essere di cultura, e così come rivela e denomina i fenomeni, allo stesso tempo crea le condizioni per fronteggiarli. Non possiamo evitare che i conflitti emergano e talvolta nemmeno cha assumano la piega del discorso aperto del bullismo, anche perché fanno parte del crescere, ma dobbiamo agire tempestivamente e accuratamente, imparando a vedere il fenomeno, perché evitarlo non è possibile; consegnando ai protagonisti un luogo ed un tempo per elaborarlo o creando uno spazio ed un tempo per chiudere i discorsi.
Sarebbe stato più semplice ricorrere alle categorie teoriche che il mio essere psicologo mi dà per definirlo, ma avrei solo aggiunto una sovrastruttura a questo fenomeno. L’intento di poterlo vedere così come fondamentalmente si dà, proprio come se si ci trovasse di fronte a qualcosa di nuovo, dona vitalità e senso a questo fenomeno del mondo giovanile, solo che il problema più grosso è che tutti sono alla ricerca di una definizione, di uno pseudostatuto, per potersi difendere o per poterlo attaccare. Forse è il caso che di fronte ad un fenomeno come questo, aperto, ci si soffermi a riflettere non per racchiuderlo in una definizione, ma agire per comprenderlo e chiuderlo quando si è ancora nel mondo del giovane, evitando che il corpo dei protagonisti, sia quello vissuto che quello oggettivo, diventi il luogo di trasfigurazioni e mortificazioni.
L’idea di rappresentare il fenomeno, passa attraverso l’individuazione di un’immagine che racchiuda in sé la dimensione della circostanza, dell’agito, della prevaricazione, dello spazio di passaggio e del tempo aperto. Sulla scia di questi elementi l’immagine del fiume che scorrendo arriva alla foce per incontrare, scontrandosi, il mare è quella che appare affiorare; proprio come quelle bollicine risultanti dallo scontro, che appaiono come schiuma che si istalla l’immagine del bullismo come rappresentazione. Preadolescenza, adolescenza, giovinezza, sono questi i momenti evolutivi a cui facciamo riferimento come mondo dei giovani. Pensare a questa realtà evolutiva come un fiume che scorre per giungere al mare dell’età adulta, ci lascia cogliere il nuovo che avanza, carico di freschezza, ma anche di tutto quello che ha raccolto durante il tragitto  per raggiungere l’immenso mare; che contiene in sé il segreto della vita, immaginabile ma non del tutto comprensibile, meta densa di aspettative, talvolta distorte, talaltra fantasiose. Il mondo dei giovani, si spinge, è spinto, ha da spingere, verso questa nuova realtà, quella del mondo adulto, e proprio questa naturale progressione non è sempre docile ed indolore.
Certo sappiamo benissimo che la schiuma prodotta dallo scontro tra le acque del fiume ed il mare, nella maggior parte dei casi, non è solo effetto del movimento vorticoso delle acque, in tal caso il puro e semplice conflitto permette il passaggio seppur non in modo totalmente indolore. Ora è proprio in questo spazio di passaggio che noi dobbiamo porre l’attenzione, altrimenti ci troveremo a discutere di altre schiume, quelle dovute a cause antropiche, cioè quelle da immissione di sostanze tensioattive (come i saponi), che vengono dall’esterno, non dal mondo dei giovani, che possono ritrovarsi non per forza alla foce, ma durante tutto il percorso ed anche nello stesso mare, che generano il teppismo, il vandalismo e la criminalità.
Ma se siamo alla foce, perché questo è il posto del bullismo, non dobbiamo commettere l’errore di ritenere tutta la schiuma prodotta come quella del bullismo. Anzi, aggiungiamo, che quello che talvolta alimenta la formazione di schiuma sono altri fattori, proprio come accade nei fiumi, sono fattori naturali, come la caduta delle foglie, le alghe, che caricano di altre sostanze pur sempre tensioattive il corso d’acqua, ma questa volta sono di natura organica, vengono dall’interno, dal mondo dei giovani, sono queste le schiume del bullismo.
Il discorso su quali siano le sostanze interne e quali quelle esterne, che ci permetterebbero di poter discernere in maniera chiara e dettagliata il fenomeno del bullismo, rispetto ad altri fenomeni che possiamo ritrovare nel mondo dei giovani, non è cosa semplice; potrei rispondere che bisogna vedere il loro grado di biodegradabilità, volendo restare sulla metafora rappresentativa adoperata. Qui ci viene in salvataggio la dimensione del tempo aperto, perché anche le sostanze che l’alimentano appartengono al tempo aperto, nel senso che queste sostanze in quanto organiche sono aperte alla loro mutabilità.
Possono essere sostanze che pertengono alla formazione educativa, sia quella ricevuta a casa che quella ricevuta a scuola, negli ambienti frequentati reali, virtuali e mediatici, che non è ancora recepita e fatta propria come finalizzata ad uno scopo, perché in tal caso diventa esterna.
Possono essere sostanze che pertengono alla struttura di personalità, che seppur va costituendosi proprio in quegli anni, già mostra una sua base costituzionale, solo che in questo scenario bisogna fare attenzione, altrimenti andiamo a popolare ancora ed ulteriormente le file delle etichette patologiche affibbiate in maniera alquanto leggera oggigiorno, o in alternativa creare delle nuove categorie come i BES (bisogni educativi speciali) che finiscono per condurre ragazzi, sotto certi versi deportati, ad altre attività per far stare tranquilli gli altri. È necessario disabituarsi dall’aspra esigenza di attribuire carattere di patologia a qualsivoglia nomenclatura adoperata, proprio come ci invita a fare Schneider, quando parla di personalità abnormi, specificando che queste, cioè quelle che appaiono devianti dalla media delle personalità, non sono qualcosa di patologico, ma di abnorme: hanno qualcosa di quantitativo relativo alla struttura o funzione.
Il bullismo, questa schiuma di cui sto provando a delineare i contorni, si fonda su fattori individuali sullo sfondo delle relazioni sociali, ma che viene vissuta in ogni individualità, in ogni goccia ed in ogni fiume, in maniera estremamente diversa. Il bullismo deve essere colto, per aiutare l’acqua del fiume a scorrere nel mare, senza che la schiuma si sedimenti altrove, perché questo altrove può essere fuori dall’acqua, fuori dal mondo, ma aiutata a disciogliersi, biodegradarsi, per le sue qualità organiche nell’acqua in cui è nata.
Il fiume ed il mare diventano i rappresentanti dei singoli soggetti, ma allo stesso tempo della comunità delle gocce d’acqua che li costituiscono. La schiuma è una caratteristica che pertiene all’individualità delle gocce ma che non potrebbe manifestarsi senza la presenza di una comunità di gocce.
Il nostro compito è lavorare su un fenomeno che sotto certi versi contiene in sé delle determinanti naturali, senza volerlo a tutti i costi demonizzare, cogliendolo nel suo strutturarsi per evitare che diventi altro sulla pelle dei nostri ragazzi. Quindi l’obiettivo è imparare a riconoscerlo, ed allo stesso tempo creare le condizioni affinché i passaggi non diventino sedimenti e si resti bloccati in una dimensione che spesso non ha vie di uscita. Il nostro compito è agire proprio in questa realtà, una realtà che viene sempre più privata  di tutti i riti di passaggio (vedi l’esame di quinta elementare). Si deve pensare a qualcosa che riesca a chiudere quando il discorso aperto è quello del bullismo, ma che allo stesso tempo lasci aperto all’immensità del mare. È necessario mettere le persone, che si interfacciano al mondo dei giovani, nella possibilità di cogliere le cose così come sono, quindi farle immergere nuovamente, come quando sono state giovani anche loro, al cospetto del tempo aperto.
Tutti buoni propositi che richiedono però un fare, per poter dare al mondo degli adulti la possibilità di cogliere ed ai giovani di poter continuare il cammino verso l’età adulta.
Questa dimensione essenziale ha animato, in una forma implicita, i discorsi di noi psicologi impegnati al Tavolo permanente sul bullismo, tanto che si è ritenuto opportuno provvedere a questo fare. Si era alla ricerca di un qualcosa che in qualche modo tenesse insieme la matrice individuale (che a quell’età è infarcita di familiare) con la matrice sociale.
Erano anche i giorni in cui usciva un’intervista del 10 novembre 2017 di Corrado Pontalti, le cui parole non sono solo frutto di un determinato sapere ma che nascono dall’esperienza vissuta nel trattamento delle psicopatologie del mondo dei giovani. In questa intervista dove si parla di psicoterapie di gruppo, quello che emerge in maniera lampante è l’essenzialità del campo gruppale come area intermedia, che è allo stesso tempo sfida sociale e rappresentazione dell’unico campo conosciuto (soprattutto dai giovani), quello familiare. L’idea del gruppo, lo strutturare dei gruppi, appare un modo in cui poter permettere al singolo di incontrarsi incontrando gli altri, uno spazio di passaggio in cui poter lasciar emergere agiti, prevaricazioni, circostanze. Quello che doveva però essere animato era un tempo aperto, mutante, coinvolgente emotivamente, che potesse dispiegarsi nel qui ed ora.
La mia formazione fenomenologica che si fa prassi quando declinata in ambito psicopatologico, ha trovato nel suo cammino Gilberto Di Petta, da cui tuttora cerco di raccogliere quanto più possibile, uno di quei maestri dalle mani sporche, che si è fatto sul campo ed a bottega dei maestri come Callieri, Calvi e Ballerini. Lui nella terra dei diseredati della tossicodipendenza ha introdotto quella fenomenologia che chiama “alzo zero”, da cui ha preso corpo la gruppoanalisi dell’esserci, la terapia delle emozioni condivise. Ho avuto la possibilità di partecipare a questi gruppi, dove l’operatore ed il tossico sedevano l’uno accanto all’altro. L’ho studiato dalle pagine che raccontano queste esperienze di gruppo. L’ho visto e vissuto anche nel contesto formativo. Come dice Gilberto “L’idea era quella di uno spazio e di un tempo dove poter esserci noi-insieme dopo aver messo tra parentesi e sospeso o semplificato lo scacco matto del nostro reciproco e irraggiungibile essere operatore e utente. Uno spazio e un tempo dove lasciar cadere la domanda intellettuale: “Chi noi siamo?”, per poter rispondere, invece, con il cuore, a quella, più viscerale: “Cosa noi proviamo?” (pag. 28)
L’idea della gruppoanalisi dell’esserci mi è apparsa quella percorribile, vista l’intenzione di costituire dei gruppi con i ragazzi (alunni) e con gli adulti (insegnanti e genitori), ma soprattutto per la consistente percorribilità dell’emozioni che affiorano, che lasciano che si animi quel tempo aperto.
L’ispirazione data dalla gruppoanalisi dell’esserci, l’intenzione di calarli in uno scenario non patologico e non formativo, l’età dei partecipanti, il fatto che i nostri interventi si muovessero sotto il tema del bullismo, erano tutte questioni che andavano tenute in considerazione. L’obiettivo dei gruppi che si andavano a costituire era quello di creare uno spazio di passaggio in un tempo quanto più aperto possibile, dove anche il bullismo poteva trovare posto e dove potevano emergere le basi per chiuderlo, in uno scenario in cui il trasporto emotivo e comunicativo divenissero architrave di un fare che formi al cogliere il fenomeno del bullismo e a permettere l’incontro di individualità anche in fasi evolutive differenti.
Li battezzammo come “gruppi d’incontro” per permettere a tutti di cogliere, nel modo più immediato possibile, il fine; divennero poi “gruppi d’incontro psicologico” solo per accentuare la qualità del discorso intimo. Pensammo di proporli alle scuole superiori ed alle medie di classe seconda e terza; inoltre, alle insegnanti ed ai genitori di tutte le scuole, che potevano aderire in maniera facoltativa.
Nella settimana che precede le festività natalizie del 2017, siamo stati ospiti della scuola superiore presente sul territorio di Mugnano, una bella realtà direi, la cui sede è caratterizzata da un enorme edificio, nuovo, dove c’è una portineria (reception, come oggi si suole chiamarla) da fare invidia ad un grande albergo. Insomma, un luogo in cui ci sono tutti i presupposti per essere accogliente. I ragazzi erano alle prese con la settimana dello studente, una sorta di autogestione delle lezioni, un qualcosa che si sono inventati gli studenti in concerto con la dirigenza, per evitare le ormai consuete occupazioni che in questo periodo dell’anno sembrano essere diventate una prassi non formalizzata. Non sappiamo quanto per scelta e quanto per curiosità, quattro classi hanno accettato di partecipare ai gruppi d’incontro psicologico suddivisi in due incontri.
Insieme ad una prima ed una seconda, circa una quarantina di ragazze e ragazzi, ci dirigemmo verso l’aula, auditorio, che era stato scelto per questo incontro. Quando si aprirono le porte ci ritrovammo in un’enorme stanza, tutto in ordine per un intervento frontale. I ragazzi senza perdere tempo presero posto sulle sedie, accompagnati dalle rispettive insegnanti. Io e Tiziana, che proprio una lezione non dovevamo fare, invitammo i presenti a disporsi a cerchio; potrete immaginare il trambusto dello spostamento delle sedie. Erano tutti seduti, anche i docenti con loro, qualcuno un po’ scocciato avrebbe preferito semmai fare altre attività che si erano organizzate, come la danza, ma la sorte volle che fossero proprio loro a doverci sorbire. Tutto il resto venne da sé. C’era chi si chiedeva cosa si dovesse fare, chi ne approfittava per chiacchierare con il vicino, chi assorto nei suoi pensieri. Era ovvio nell’attesa che qualcosa cominciasse, che tutti cercassero di riempire il tempo lasciato a disposizione. Ma ad un certo punto cala il silenzio, mentre gli occhi dei presenti, cadevano sulle sedie poste al centro.
Data l’assenza di informazione del come si dovesse svolgere il gruppo e del cosa il gruppo si accingeva a fare, ma solo che si trattava di qualcosa che riguardava il bullismo, ho colto nel silenzio che si era celato lo svanimento, sentivo forte il loro voler essere raccolti; erano a scuola, erano abituati a muoversi secondo le coordinate della materia di insegnamento, potevo cavalcare l’emotività che lo svanimento induce, ma il tempo era dalla mia parte per poterlo rimandare. Dovevo calarmi in una posizione più prossima a cui loro erano già abituati, per poter sentire le loro voci, vedere i loro corpi muoversi. Il chiedere un qualcosa che potesse annunciarsi con il cos’è appariva più congruo al momento. Con voce carica d’emozione, ma senza esplicitarla, confidando del loro fluido e cristallino animo di fiume che si appresta alla foce, chiedo “cos’è il bullismo”, ed iniziano a rispondere uno dopo all’altro in senso orario. Conoscevano bene l’elenco delle cose che si attribuiscono al bullismo, e si intravedeva già la risonanza vissuta di un tale fenomeno che lambiva le loro voci ed i loro corpi. Si i loro corpi così ben disposti, sulle sedie, richiedevano attenzione, dei corpi emotivamente coinvolti ma che restavano separati dal fluire delle parole, che consumavano e portavano all’osso il fenomeno; quasi a volersene disfare come qualcosa che non li dovesse tangere. Il discorrere congruo metteva però in luce l’assenza di coesione corporale, le parole dicevano ed i corpi denunciavano, ad un’età come la loro vivida e vitale. Quelle sedie al centro iniziavano a scaldarsi, qualcosa proprio lì al centro poteva emergere. Dopo il giro di volta, dopo che tutti avevano consumato l’argomento attraverso parole piene di contenuto ma che non facevano parlare il corpo vissuto, ho invitato una persona al centro, gli ho stretto le mani, chiedendogli “cosa stai provando”. Le mani sudavano, le mie anche, le tante persone che ci ascoltavano diventavano cassa di risonanza, i corpi li scuotevano, erano attenti, educati, non volava una mosca, mentre quelle parole cariche emotivamente suonavano; una melodia accolta e raccolta che non ho saputo frenare, non andava frenata, i volti diventavano carichi di emozioni, tutti partecipavano. Questo centro voleva popolarsi, un incontro duale che accende la fiamma che già ardeva nei singoli, a poco a poco l’atmosfera calda non mi consentiva di fare altro di permettere che le cose accadessero, vedevo il sussulto dei loro corpi che mi diceva, “invitami al centro”, l’ho accolto. Alla prima si aggiunse la seconda, poi la terza, ognuno con il portato del cosa stesse provando, con le lacrime ed il sudore, mentre dal centro iniziava ad animarsi un altro gruppo, quattro, poi cinque, era un fluire intenso. Siamo finiti per ricostituire il gruppo di partenza, ma questa volta con tutti che si tenevano per mano, come a sostenersi, come un fiume unico e più forte per fronteggiare il mare, dove tutto ciò che era estraneo a quel momento, esterno, non poteva confondere quello che di organico c’era. Il tempo cronologico bussava alla porta, era mio l’arduo compito di chiudere, un qualcosa che spero rimanga aperto. Ci salutammo, gli abbracci calorosi non mancarono e ci muovemmo verso il secondo incontro.
Altre due classi, la scena non cambiava, eravamo lì come prima, tutti che si guardano in attesa di un inizio che raccogliesse le ansie, il gruppo fluisce come il primo, è sembrato quasi di assistere ad una sua riedizione, dove le emozioni inebriavano la testa, ed il corpo dal suo canto non poteva che manifestarle, le gocce di lacrime non bagnavano ma alimentano quel fiume in piena, che tenuto dagli argini, si spingeva con virulenza verso il mare, qui la schiuma veniva degradata, all’istante, mentre l’unione, la comunione di persone faceva il resto. Quelle mani non potevano che congiungersi come a formare un unico corpo. Anche qui il tempo cronologico sembrava troppo breve, ed è stato bellissimo vedere che al suonare della campanella tutti imperterriti restavano fermi, come ad attendere una campanella che non ancora si sentiva suonare, quella dei saluti, quella del ricomporsi ed andare altrove.
I due gruppi sembravano aver colto, nelle mani che si univano, quel senso di appartenenza non più e non solo di matrice familiare, ma sociale, una socialità condivisa che dà forza alle intemperanze esterne, e che allo stesso tempo dona spazio ai moti interiori, che in un tale spazio e tempo ritrovano le coordinate per essere accolte e non andare ad alimentare altri fenomeni. È stato come assistere a pezzi di un puzzle che mano a mano, congiungendosi, andavano a costituire quell’immagine che già da prima preesisteva: il girotondo. Una figura la cui staticità rimanda ad un cerchio, ma che ha in sé il senso del movimento gioviale che mette fuori le storture del mondo.
Questi gruppi apparivano ai nostri occhi come il modus attraverso cui poter fare in materia di bullismo, perché da un lato ci mettevano di fronte ai ragazzi, si poteva vedere, e con l’attivazione emotiva si poteva raccogliere dal loro provare l’esistenza di dinamiche pertinenti al bullismo.
La scuola media, invece, è stata quella in cui abbiamo effettuato più gruppi di incontro psicologico, sono state coinvolte sette classi, cinque di seconda media e due di terza, in incontri in cui il gruppo era costituito dal gruppo classe singolo, sempre a seguito di indicazioni provenienti dagli sportelli o dalla dirigenza. Siamo stati in questo caso di fronte a ragazzi e ragazze dagli 11/12 anni ai 12/13 anni. Dove le differenze delle caratterizzazioni affettive, da un anno all’altro e dalla difformità di genere donano sfumature molto dissimili. Andava sempre tenuto conto di dover operare con un setting, potremmo dire, a geometrie variabili, nel senso che non si poteva pensare ad una prassi ed un tecnicismo standardizzato, ma si doveva in qualche modo muoversi tenendo conto di quello che ci si trovava di fronte. L’intento era sempre e comunque quello di invitarli a esprimere quello che si stava provando, e facilitare negli incontri al centro del gruppo una comunicazione affettiva. Ogni gruppo ci ha regalato forte emozioni, nessuno si tirava indietro con il loro portato, talvolta di immaturità affettiva che veniva espresso attraverso la dissimulazione di ciò che si stava provando, talaltra cercando di evadere dal coinvolgimento non perché non sentito ma perché in difficoltà nel doverlo gestire. In questi incontri, i conflitti, le percezioni di derisione, le sensazioni di prevaricazione emergevano nel contenuto del cosa si stesse provando, ed i duellanti, negli incontri al centro del gruppo ritrovavano il modo per esprimere il proprio disagio e anche di poterlo concludere, chiarire, comprendere attraverso l’abbraccio emotivo anche attraverso il corpo. L’invito a partecipare al gruppo agli stessi insegnati ha permesso a quest’ultimi di viversi le lacrime e i sussulti degli animi dei ragazzi, che partecipavano come se stessero in una dimensione orizzontale, con me, con Giorgia, con Silvia e con quelli che fino a qualche momento prima erano dietro la cattedra. Di tutti questi ragazzi porto non il ricordo dei loro nomi, né tanto meno della classe che frequentavano ma il loro essere stati parte di un tutto che fatica a costituirsi e che momenti di questo tipo generano quella possibilità al costituirlo. Proprio come il mercurio, hanno una forza di coesione maggiore della forza di adesione, riescono ad unirsi se mossi con la dovuta cautela lasciandosi staccare con estrema facilità; in questa condizione sono molto vulnerabili ai moti interni ed esterni, in quanto la loro costituzione è abbastanza duttile.
L’immagine del mercurio quando cade a terra, nel rompersi dei vecchi termometri, era proprio quella che questi gruppi evocavano, con cui si doveva operare con estrema cautela per non disperdere le parti, dove il calore affettivo da generare doveva raggiungere le alte temperature per essere colto, altrimenti l’elevata capacità di veicolare, l’alta energia che posseggono, al di fuori ed oltre il momento ed il luogo in cui ci si ritrovava, faceva disperdere qualsiasi possibilità di vedere e di costituire un tempo aperto.
Oltre a questi gruppi tutti immersi nel mondo dei giovani, quello a cui il fenomeno bullismo riguarda, dovevano associarsi anche quelli del mondo degli adulti, quello che guarda il fenomeno bullismo, perché altrimenti non si potevano creare le condizioni per un fare che permetta di coglierlo in quanto schiuma del fiume che giunge al mare. L’esiguo numero di gruppi effettuati con gli insegnati, appena due, non è stato solo dovuto ad un dare la precedenza al mondo dei giovani, ma anche perché venivano visti come un di più rispetto al già gravoso operare in cui erano immersi; mentre con i genitori non siamo riusciti a realizzarne nessuno, anche se esiste sul territorio un comitato che li raggruppa, forse per il troppo poco tempo a disposizione ed anche perché non siamo stati in grado di coinvolgerli.
Di questi due gruppi d’incontro psicologico con le insegnanti, avvenuti in due contesti differenti, ma che si rivolgevano alla medesima tipologia di alunni, le scuole elementari, si sono animate due storie diametralmente opposte, in uno sono riuscito a lasciar manifestare il tempo aperto, nell’altro è stato forzatamente chiuso pur lasciando lo spazio della riflessione aperto. Va premesso che è stato comunicato durante le riunioni del Tavolo con i referenti delle scuole cosa fosse il gruppo di incontro psicologico, e della volontarietà delle adesioni. Il definire questi gruppi come gruppi d’incontro psicologico, aveva l’intenzione di preparare almeno razionalmente ad un qualcosa in cui ci si incontrava sulla base di un discorso psicologico, confidando nel termine psicologico che evoca qualcosa di interiore. In effetti da un punto di vista razionale il messaggio è passato, mentre la dinamica esperienziale ci ha portati di fronte a persone come colte da un qualcosa di nuovo ed inaspettato.
Pur non scendendo nei dettagli dei singoli incontri, si è vista la forza evocatrice della comunicazione emotiva, che ha permesso in entrambi i casi di poter comprendere emozionandosi, ed aprendosi o al tempo o allo spazio di riflessione come modo attraverso cui poter vedere, di annoverare il come, attraverso l’apertura, poter accorgersi di quanto accade intorno a sé.
Queste esperienze di contatto con il mondo dei giovani e con il mondo degli adulti che attenziona i giovani sotto il mantello del fenomeno del bullismo, non ci ha fatto raccogliere i numeri dei casi di bullismo, ma ci ha fatto comprendere come questo fenomeno deve essere visto, non al fine di stilare casistiche e statistiche, ma ponendoci nella domanda sul come porsi di fronte a questo fenomeno umano, che può raggiungere in alcuni casi il grado di situazione-limite. Non potremo mai evitare che tutte le situazioni traumatiche abbiano luogo, soprattutto quelle che hanno sullo sfondo qualcosa di organico al mondo stesso in cui si manifestano, ma possiamo riconoscerle e creare le condizioni per affrontarle. Questa possibilità passa attraverso il mettersi in gioco sul piano emotivo, superando le chiusure iper-razionali ed  iper-protettive, con lo scopo di non creare un’ulteriore etichetta da affibbiare ai nostri giovani. La dimensione gruppale che si pone di affrontare il cosa-noi-stiamo-provando si è dimostrata in grado di veicolare e lasciar incontrare le intime esperienze soggettive, e nell’incontro ritrovare il caldo abbraccio che rompe le bolle del bullismo.

Bibliografia

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Documenti web:

Dal portale “MIUR-Ufficio Scolastico Regionale per la Campania”
http://www.campania.istruzione.it/ allegati/ 2009/ gennaio/ Indagine_Bullismo_Campania.pdf”

Dal portale “Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti” articolo dal titolo: “Allarme bullismo” del 15/10/2009 di Daniele Novara
http://cppp.it/ approfondimenti/ dettaglio/ articoli/ allarme-bullismo

Video sul web:

Dal canale youtube di “Psychiatry on line Italia Videochannel” intervista a Corrado Pontalti dal titolo “La psicoterapia di gruppo fa paura oggi?”
https://www.youtube.com/ watch? v=SxpMf2XexUI

Giuseppe Ceparano
08 giugno 2018

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