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Naufragio in psicopatologia
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BREVI CONSIDERAZIONI SUL LINGUAGGIO E SULLA SCHIZOFRENIA.

Con Pinel, come si desume dalla lettura Delle Passioni * di Esquirol, i disturbi non riguardano più i ventricoli del cervello o le fibre midollari, ma l’intelligenza, l’affettività, l’eticità. La psichiatria di Pinel si sofferma sull’ascoltare il paziente, prendere appunti sui colloqui, spostando l’attenzione alle operazioni cognitive, all’indebolimento dei processi logici e discorsivi, alle procedure psichiche che mediano tra stimoli e risposte; la dimensione discorsiva della e nella psicopatologia, il linguaggio della e nella follia,  assume sempre più una collocazione centrale nello studio e nella cura della follia.
Lo scenario teorico della psichiatria sei-settecentesca si basava su nozioni del sistema nervoso, come l’ipotesi dell’arco riflesso e la trasmissione degli impulsi dentro i liquidi corporei; queste venivano usate per spiegare le bizzarrie dei folli, quindi la malattia mentale dipendeva sempre da un’alterazione di organi, da traumi fisici,  da fluidi troppo o poco secreti da ghiandole.
Esquirol, allievo di Pinel, esamina i temi linguistici della psicopatologia, contribuendo ad apportare due contributi originali che permettono di qualificarlo come il primo indagatore della psicopatologia del linguaggio: l’importanza conferita alle allucinazioni uditive e vocali e la prima descrizione dei profili linguistici della follia.
Kraepelin, nel Trattato di psichiatria *, in seguito alle osservazioni delle costanti linguistiche del comportamento psicotico, approda al concetto di schizofasia. L’autore sostiene che il soggetto colpito da dementia praecox segua un decorso ideativo; quindi il malato è colpito da una esagerata mobilità delle realizzazioni psichiche . Vale a dire lo sviluppo predicativo perde il suo principio di strutturazione, lasciando intatto quello associativo. Il linguaggio ha smarrito i suoi vincoli e può liberamente sbizzarrirsi nelle associazioni più varie. L’assurdità, il fluire senza chiari blocchi del linguaggio sono dovuti alla carenza di quella padronanza unitaria dei legami ideativi che fa prevalere ogni specie di rappresentazione casualmente insorgente e che, nella coscienza normale, sarebbe impedita dall’azione delle raffigurazioni finali. Il deviare dall'argomento nella fuga delle idee è un tendere a traguardi sempre variabili e perciò mai raggiunti disegnando sempre nuove orbite. Nella dementia praecox ci sarebbe sempre, un programma di percorso, un piano irrealizzato di avanzamento.
Nelle premesse psicologiche che Jaspers propone, in merito al linguaggio, parte dal collocarlo all’interno del punto di vista dell’arco riflesso psichico, per poi distinguerlo dalle semplici espressioni acustiche, dai movimenti espressivi, per coglierne l’intero fenomeno. Jaspers scrive:

“Si deve distinguere il linguaggio dal parlare. Il linguaggio è creazione significativa spirituale oggettiva, alla quale, come elemento generale di una comunità linguistica, i singoli prendono più o meno parte.
Il parlare è la vera estrinsecazione psicologica del singolo. Noi consideriamo dapprima il linguaggio come evento psicologico, poi come opera” *.

Per discutere di linguaggio su-di-in la schizofrenia, è possibile delineare il campo entro cui voler considerare il linguaggio, visto che un gran numero di ricercatori si dedicano ad esso. Uno studio, partendo da formazioni-informazioni psicologiche può farci incontrare argomenti di pertinenza linguistica. L’attenzione che la psicologia ha per il linguaggio risiede in ciò che è riportato nella seguente citazione di Heidegger:

“Il fondamento ontologico-esistenziale del linguaggio è il discorso.
Il discorso è esistenzialmente cooriginario alla situazione emotiva e alla comprensione.
[…] Il linguaggio è l’espressione del discorso. La totalità delle parole in cui il discorso ha un proprio essere «mondano»  viene ad essere disponibile come un ente intramondano, come un utilizzabile. Il linguaggio può essere frantumato in parole-cosa semplicemente-presenti. Il discorso è il linguaggio in senso esistenziale, perché l’ente di cui esso articola l’apertura in base a significati ha il modo di essere dell’essere-nel-mondo, gettato e confinato nel «mondo».
Il discorso, in quanto costituzione esistenziale dell’apertura dell’Esserci, è costitutivo del’esistenza dell’Esserci. Fanno parte del linguaggio discorrente come sue possibilità il sentire e il tacere.  Solo in questi fenomeni si fa completamente chiara la funzione costitutiva del discorso rispetto all’esistenzialità dell’esistenza” *

 Nella citazione, sopra riportata, viene mostrato il valore del linguaggio come espressione del discorso, che a sua volta è il fondamento ontologico-esistenziale del linguaggio stesso, oltre ad essere cooriginario alla situazione emotiva e alla comprensione; se la psicologia vuole  porre l’attenzione verso il discorso in quanto è il linguaggio in senso esistenziale, non può fare a meno di incontrare la linguistica e con essa confrontarsi e, perché no, scovare insieme quelle specificità tipiche, nel nostro caso, della schizofrenia.
Il linguaggio adoperato come “strumento” delle investigazioni fenomenologiche, non per esprimere risultati, ma per ricavarne un sistema di riferimento capace di informare direttamente sulla struttura stessa della vita, diventa guida fondamentale nelle ricerche; come lo stesso Minkowski sostiene:

“Se il linguaggio diviene, nelle nostre mani, un mezzo, con tutte le imperfezioni che in quanto mezzo esso comporta rispetto all’immediato, pure esso traduce l’immediato attraverso la sua “vita”, in modo per così dire spontaneo: esso si fonda infatti non soltanto sul piano discorsivo ma anche sull’immediato” *.

Foucault nel testo Storia della Follia nell’età classica *, pone il linguaggio come la struttura prima e ultima della follia, in quanto sul linguaggio riposano tutti i cicli nei quali essa annuncia la sua natura.
Pennisi, in Psicopatologia del Linguaggio *, individua nei contenuti dei lavori tra il 1840 e il 1890 una serie di costanti che risultano essere un vero e proprio repertorio della psicopatologia del linguaggio; lo stesso autore lo articola in quattro punti: 1) le manifestazioni linguistiche delle malattie mentali possono farsi vedere con tipologie opposte, possono essere dissolte o superare i limiti normali; 2) le modificazioni psicopatologiche sono capaci di interessare qualunque parte del comportamento semiotico: la prosodia, la fonetica, la sintassi, la semantica , la prossemica, gli studi retorici o argomentativi; 3) la compromissione psicopatologica del linguaggio nella malattia mentale può unirsi alla perdita totale o parziale di tutto l’arco delle capacità mentali, ma può anche risparmiare l’impianto cognitivo e coscienziale del soggetto; 4) sempre la malattia mentale trascina il linguaggio nella stessa direzione presso cui è andata naufragando l’esistenza stessa del paziente.
Pennisi riprende da Minkowski la coppia terminologica di “autismo povero”/“autismo ricco”, per rappresentare, con l’autismo, il ritiro della realtà.

“In esso, può permanere una volontà di adeguamento allo stato di cose e quindi, come nella melancolia e nella catatonia, manifestarsi una rinunzia alla parola. Oppure può emergere una volontà di riorganizzare un mondo altro, ricco di attività interiore finalizzata alla sopravvivenza della coscienza. È in questo caso che la follia rientra nell’eccesso intrinseco di funzione, divenendo inesauribile fonte di creazione linguistica.
Siamo così in presenza della più irreversibile scoperta della psichiatria ottocentesca: laddove la follia si presenta al suo stato più puro, lontana, cioè, sia dalle rovine organiche che dal ripiegamento autistico, essa diventa una formidabile macchina linguistica, coinvolgendo tutte le aree del comportamento semiotico” *.

Pennisi, riprendendo Séglas, distingue a livello fonico-prosodico le manifestazioni linguistiche degli alienati, rilevando che: laddove l’autismo si impoverisce, come nei dementi, nei  catatonici, nei melanconici, anche la forza dell’articolazione è compromessa; invece, i maniaci possono gridare, proferire oscenità ad alta voce, senza freni inibitori.
Per quanto riguarda il livello sintattico, scrive Pennisi, l’alienato non scade mai in agrammatismo; inoltre i dementi cronici, come anche i melanconici possono arrivare a perdere la capacità di coniugare i verbi. Laddove è in gioco il meccanismo di autoaffermazione dell’io, gli schizofrenici “poveri” (catatonici, ebefrenici) mostrano un’alterazione del sistema pronominale; questi cercano di impiegare sistematicamente la terza persona al posto della prima. Gli schizofrenici “ricchi”, invece, oltre che ad usare l’attributo che li identifica (pronome, nome proprio) si sforzano di tessere sempre una tela sintattica che rinuncia per principio alla frase semplice. Questi, definiti “sintassieri”, possono volgersi verso forme consistenti in una vertiginosa capacità combinatoria delle unità morfosintattiche, spesso incomprensibili.
La Sechehaye, nel Diario di una Schizofrenica *, lascia vedere come Renèe, la schizofrenica protagonista del testo, utilizzi ai fini comunicativi il proprio nome in luogo dell’io, e la non accettazione del tu quando qualcuno si rivolge a lei. Usare la parola “io” vuol dire giocare il gioco linguistico, non privato, in cui ciascun giocatore è riconosciuto essere un io. Ma si tratta di un gioco a cui lo schizofrenico accederebbe con difficoltà.
Pennisi, in Psicopatologia del Linguaggio *, fa riferimento a testi e referti di alienati provenienti dagli ospedali psichiatrici, i manicomi, che condizionano in maniera consistente le sintomatologie, comprese quelle di tipo linguistico.
Le ricerche condotte da Pennisi lo portano a sostenere che solo l’autismo “ricco” produce una gran quantità di prodotti intellettuali impegnativi; inoltre, lo conducono ad evidenziare che il primo rilevante risultato cui giunge la psicopatologia del linguaggio ottocentesca è stato quello di dimostrare che la maggior parte delle malattie mentali non impediva affatto la parola e la scrittura, in particolare ha suscitato un vivace interesse la singolare abilità dei pazzi nel produrre neologismi e paralogismi.
Franco Lo Piparonell’articolo Sulla linguisticità della schizofrenia * si interroga sulla possibilità che un animale non umano possa essere schizofrenico, ma al fine di poter evidenziare quanto e come la linguisticità dell’animale uomo possa costitutivamente esser presente nella formazione e negli esiti finali del mondo schizofrenico. Schizofrenia, termine che viene dall’autore adoperato in riferimento a quei fenomeni in cui si manifesta una scissione della personalità e, come lo stesso Breuer  descrive in relazione all’isterismo di Anna O.: due stati di coscienza che sussistono in parallelo, uno normale e l’altro paragonabile al sogno che evidenziano la scissione in due personalità.
Lo Piparo sostiene che i due stati si incontrano rivelando un ruolo centrale del linguaggio; inoltre, conferma quello che Breuer chiama esistenza continuata del pensiero lucido durante il predomino della psicosi.
Inoltre, Lo Piparo, ritiene che la pervasività del linguaggio produce due cose: modifica la logica che governa l’universo dei desideri e delle emozioni; riorganizza i confini che separano il reale dal non-reale.
Col linguaggio piaceri e dolori assumono la caratteristica di argomenti rappresentati e ridefiniti nei e coi discorsi mediante i criteri del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto. Un desiderio linguisticizzato è un desiderio rappresentato e perciò reso oggettivo e modificabile mediante ragionamenti verbali.
Un desiderio linguisticizzato è accompagnato, implicitamente o esplicitamente, da un enunciato del tipo: Faccio (Non faccio) X perché (oppure: nonostante) Y.
La procedura di trasformazione linguistica dei desideri e delle passioni è descritta da Aristotele, il quale sostiene che la non linguisticità dell’animo umano è duplice: c’è la dimensione vegetativa che non partecipa affatto al linguaggio e la dimensione appetitiva-desiderativa che partecipa al linguaggio in quanto è in ascolto ed ubbidisce. Testimonianza del fatto che la dimensione non linguistica si lasci convincere dal linguaggio è l’ammonimento, il rimprovero e l’incoraggiamento. La soggettività umana quindi si configura come un insieme, tendenzialmente coerente, di discorsi e narrazioni ed è difficile poterla pensare al di fuori del linguaggio. La definizione aristotelica di uomo:  mente che desidera o desiderio che ragiona, racchiude l’intreccio tra linguaggio e desiderio.
Secondo Lo Piparo sembrerebbe che la scissione schizofrenica sia la versione patologica dell’architettura  dialogica della mente umana secondo Aristotele, in cui la voce esterna dello schizofrenico che deride, da ordini, accusa è come il discorso interiore che la mente normale tiene in conto nell’agire come se fosse l’ammonimento o il consiglio del padre. I due stati di coscienza in cui lo schizofrenico si scinde, sono come due persone che si contrastano verbalmente: una da ordini, deride, minaccia; l’altra ascolta e vive con angoscia gli ordini che riceve. Il linguaggio diventa lo spazio in cui si consuma l’interiore conflitto.
Bin Kimura nel testo Scritti di Psicopatologia Fenomenologica * sostiene che il linguaggio, in quanto mediatore, determina la perdita dell’immediatezza dell’esperienza, come sostenuto già da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito in cui parlò dell’abolizione dell’immediatezza per l’intromissione del linguaggio.

“Nella nostra vita quotidiana non resta quasi niente dell’esperienza immediata anteriore al linguaggio. La maggior parte delle esperienze che noi facciamo nell’ambito dell’arte, anche queste subiscono, manifestatamente o no, le determinazioni della lingua e dei codici culturali simili a quelli del linguaggio” *.

Dovetto e Gemelli nell’articolo Il parlato di soggetti schizofrenici *, dopo aver presentato la costituzione di un corpus di parlato patologico da soggetti schizofrenici, concludono scrivendo:

“Concludiamo quindi questa breve presentazione con l’accenno ad una delle ipotesi di lavoro nate nell’ambito del nostro progetto costruito sul confronto tra saperi linguistici e saperi clinici. […] Il tentativo infatti di individuare macrocategorie diagnostiche (come, ad esempio, sindrome paranoidea e schizofrenica simplex) alle quali vengono quindi attribuiti comportamenti linguistici ben differenziati non trova facile riscontro ad una più puntuale analisi, e fortemente interrelata, dei dati clinici e linguistici: in realtà in uno stesso soggetto possono essere attestati sintomi o costellazioni di essi, organizzati e più o meno bene strutturati, così come disorganizzati” *.

 

 

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dott Giuseppe Ceparano (10 gen. 2010)

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