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Naufragio in psicopatologia
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Disturbo del Comportamento Alimentare.

Disturbo, inteso come turbamento gravoso, scompigliamento, distoglimento da qualche occupazione turbando così l’ordine delle sue azioni. Comportamento Alimentare inteso nell’accezione dell’unicità con cui l’essere porta e sta insieme  a ciò che atto a far sussistere, crescere, e conservare. Quando parliamo di disturbo del comportamento alimentare ci riferiamo quindi ad una dimensione dell’essere istallata nello scompigliamento di quell’atto, alimentarsi appunto, volto a garantirgli la possibilità di esser-ci. Senz’altro i D.C.A. sono collocabili nella più ampia categoria dei disturbi delle condotte istintuali in quanto l’alimentazione è una propensione naturale, per effetto immediato della costituzione umana, a far sussistere, crescere e conservare. La psicopatologia descrittiva, utile per certi versi a permettere di comunicare tra i vari specialisti, distingue i D.C.A. in tre categorie: Anoressia, Bulimia e Disturbo del Comportamento alimentare non altrimenti specificato;  da un punto di vista fenomenologico anoressia e bulimia rappresentano il dritto e il rovescio di una sola figura. Se scriviamo anoressia-bulimia col trattino è per indicare la loro reciproca appartenenza. L’anoressia è, da questo punto di vista, una bulimia virtuale, mentre la bulimia sarebbe la scompensazione del progetto di dominazione pulsionale dell’anoressia. Sembrerebbe che gli anoressici si ipercontrollano e i bulimici, ma ancor di più gli obesi, si lasciano controllare, dall’istinto alimentare, quindi ogni discussione non può tralasciare quale attribuzione ha per il soggetto l’alimentazione; l’animale uomo quando nasce è incapace di provvedere a sé e di nutrirsi quindi l’assunzione dell’alimento avviene grazie al supporto dell’altro,  quindi l’atto dell’alimentarsi acquista anche un’ulteriore senso, quello di entrare in contatto con l’altro da se, facendo assumere all’alimentazione un carattere di relazione. Il D.C.A. ha una elevata incidenza nei soggetti che biograficamente si trovano a doversi in qualche modo separarsi da quell’altro che da sempre si è preso cura di se, in quel progetto naturale che vorrebbe l’essere umano come in itinere verso una metà individualizzante; questo movimento verso una autonoma esistenza è reso possibile dall’incontro con il reale (pulsionale o esistenziale), e l’effetto che rende possibile ciò è l’angoscia  come sostenuto dallo stesso Freud, Lacan ed Heiddeger. Alla luce di ciò potremmo dire che l’anoressia vorrebbe dimostrare che l’esistenza può essere vissuta senza angoscia. L’apatia anoressica vorrebbe così sovvertire il carattere strutturale dell’angoscia; l’anoressica prova a muovere una contestazione freudiana nei confronti di Heidegger: non è il nulla ma è la fame del corpo pulsionale che angoscia. Per questo la sua impresa – quella dell’anoressica – consiste nel realizzare, all’opposto del panico che non a caso può insorgere solo quando si allenta l’ascesi anoressica, una padronanza egoico-volontaristica del corpo. Si tratta precisamente di allontanare l’oggetto dell’angoscia. Per questa ragione troviamo spesso nei nostri pazienti delle fobie infantili nei confronti di certi alimenti e potremmo anche porre il problema psicopatologico più generale del rapporto tra pratiche anoressiche e sistemi fobico-ossessivi. Nella prospettiva della bulimia, l’esperienza dell’angoscia è esperienza di un ingorgo libidico. Il soggetto si trova soffocato da ciò che mangia. L’angoscia scaturisce non da una mancanza d’oggetto, ma da un eccesso reale di oggetto, da, appunto, un’esperienza di oppressione, di mancanza della mancanza, di riempimento del corpo, di asfissia. Per questo il ricorso al vomito spesso coincide nel vissuto dei pazienti con un recupero del proprio corpo, con la possibilità di fare nuovamente il vuoto, di riaprire quel piccolo scarto che consente la possibile rievocazione del desiderio. Il corpo-ingozzato, il corpo satollo, il corpo pieno è invece il corpo dell’angoscia. L’impresa di padronanza del corpo avviene nell’anoressia come un’idealizzazione dell’immagine speculare che vorrebbe annullare questa potenziale apparizione del mostro alieno. Sinteticamente si può considerare questa sorta di doppia lettura che Lacan propone del fenomeno dell’anoressia (per un verso luogo di un godimento mortifero, melanconico-tossicomanico e per l’altro come una strategia di difesa e di separazione del desiderio del soggetto dal carattere soffocante della domanda dell’Altro), come una sottolineatura della doppia anima che caratterizza il soggetto anoressico come tale: manifestazione del Todestrieb, appetito di morte, desiderio larvale, spinta alla distruzione, azzeramento melanconico del sentimento della vita, nirvanizzazione del principio di piacere, ma anche strategia di separazione finalizzata a differenziare lo statuto del desiderio da quello del bisogno, carattere irriducibile del desiderio alla domanda dell’Altro, desiderio come desiderio di niente, desiderio d’Altro, rifiuto come forma radicale di appello, malattia dell’amore, domanda radicale del segno d’amore. Se l’amore converte desiderio e godimento, l’anoressia e la bulimia oppongono desiderio e godimento ed escludono la conversione dell’amore. Il desiderio anoressico è infatti un desiderio di morte e il godimento bulimico può presentarsi non solo come una forma di compensazione ma anche come una devastazione pulsionale.

dott Giuseppe Ceparano (25 gen. 2008)

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