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- Su l'attacco di panico

- Fluenza d'Espressione e Formazione

- BREVI CONSIDERAZIONI SUL LINGUAGGIO E SULLA SCHIZOFRENIA

- Osservazioni di ordine generale sui principali approcci allo studio della Schizofrenia paranoidea

- La clinica della Verneinung e clinica della Verwerfung: il “no” di Bartleby e il “no” di Chance di “Oltre il giardino”

La capacità che autori quali Herman Melville (1819 -1891) e Jerzy Kosinski (1933 - 1991) hanno di raccontare lasciano il lettore presso ciò che viene raccontato in una dimensione di contatto, inseguendo quei significanti che emergono; la lettura dei racconti ci riporta nei pressi di quelle storie e ci lascia cogliere dimensioni dipendenti dall’inclinazione personale; dato ciò, risulta evidente che un’attitudine analitica ci permette di coglierne le sfumature in questo orizzonte. Fare riferimento ad autori illustri quali Sigmund Freud (1856 - 1939) e Jacques Lacan (1901 -1981), anzi all’originalità di quello che ci hanno lasciato in merito alla clinica, è d’obbligo, anche se la risultante dell’elaborazione di ogni singolo, pur se si situa in un orizzonte di riferimento, viene ad essere un’altra cosa. La lettura di “Bartleby, the Scrivener” (1853) sarebbe stata possibile sia per Freud che per Lacan, e magari ci avrebbero lasciato un’originale visione entro il proprio orizzonte concettuale, ma ciò non è avvenuto; mentre la lettura “Being There” (1971) sarebbe stata possibile solo per Lacan, come anche avrebbe potuto vederne la trasposizione cinematografica del 1979 diretta da Hal Ashby (1929 – 1988).
L’intento è quello di rilevare quel “no” nel testo tradotto in italiano, con tutti i rischi metatestuali che implica, di “Bartleby lo scrivano” e, nella visione del film “oltre il giardino” doppiato in italiano. Parto dalla considerazione che la parola “no” è definita nella grammatica della lingua italiana come avverbio di negazione, ed in quanto avverbio ha la caratteristica di essere una delle parti indeclinabili del discorso la quale si unisce più spesso al verbo, di cui modifica l’azione; ma si unisce anche agli aggettivi per modificare la qualità da essi espressa. Giunti a questo punto è necessario svelare l’orizzonte in cui si situa la visione di linguaggio e discorso di questo scritto, e per far ciò non posso che citare l’autore che emozionandomi mi ha analizzato.

Il fondamento ontologico-esistenziale del linguaggio è il discorso.
Il discorso è esistenzialmente cooriginario alla situazione emotiva e alla comprensione.
….Il linguaggio è l’espressione del discorso. La totalità delle parole in cui il discorso ha un proprio essere «mondano»  viene ad essere disponibile come un ente intramondano, come un utilizzabile. Il linguaggio può essere frantumato in parole-cosa semplicemente-presenti. Il discorso è il linguaggio in senso esistenziale, perché l’ente di cui esso articola l’apertura in base a significati ha il modo di essere dell’essere-nel-mondo, gettato e confinato nel «mondo».
Il discorso, in quanto costituzione esistenziale dell’apertura dell’Esserci, è costitutivo del’esistenza dell’Esserci. Fanno parte del linguaggio discorrente come sue possibilità il sentire e il tacere.  Solo in questi fenomeni si fa completamente chiara la funzione costitutiva del discorso rispetto all’esistenzialità dell’esistenza. Ma innanzi tutto è opportuno esaminare la struttura del discorso come tale.
Il discorso è l’articolazione «significante» della comprensibilità dell’essere-nel-mondo di cui fa parte il con-essere e che si mantiene sempre in una modalità determinata dell’essere-assieme prendente cura. Quest’ultimo discorre nella forma dell’assenso e del dissenso, dell’invito e del’avvertimento, della discussione, dell’abboccamento, dell’intercessione; anche quando «rende testimonianza» e “tiene discorsi». Il discorso è sempre un discorso su … Il sopra-che-cosa del discorso non ha necessariamente, e per lo più non ha affatto, il carattere di tema di un’asserzione determinante. Anche un comando verte sopra … Lo stesso dicasi dell’augurio. Neppure all’intercessione manca il sopra-che-cosa. Il discorso comporta necessariamente questo momento strutturale; infatti il discorso con-costituisce l’apertura dell’essere-nel-mondo, e la sua struttura è preformata da questa costituzione fondamentale del’Esserci. Ciò sopra cui nel discorso si discorre è sempre «preso di mira» sotto un determinato riguardo ed entro certi limiti. Ogni discorso comporta un ciò-che-il-discorso-dice come tale: ciò che, in ogni esprimersi costituisce il detto come tale. In esso il discorso si fa comunicante.  (Heidegger M., 1927, pp 197-199, trad. ital.  2005)

Alla luce di quanto emerge dalla citazione possiamo dire che nel racconto di Bartleby lo scrivano il sopra-che-cosa è Bartleby, mentre nel film oltre il giardino è Chance Giardiniere; ora resta da individuare cosa prendere di mira determinati appunto dal riguardo ed entro certi limiti, in effetti è il detto in quanto ciò-che-il-discorso-dice. Ciò è possibile in quanto siamo istallati nel linguaggio discorrente guidati da quella condizione di possibilità che è: sentire.
Il limite entro cui situo il discorso sentito è quello della clinica della Verneinung e clinica della Verwerfung; il riguardo entro cui pongo il prendere di mira il detto di Bartleby e di Chance, limitato dalla personale comprensione degli autori quali Freud e Lacan, e guidato dall’essere-assieme prendente cura.
Cosa è la Verneinung? È la negazione, insomma l’atto di negare :

…Negare alcunché nel giudizio è come dire in sostanza: “Questa è una cosa che preferirei rimuovere.” La condanna è il sostituto intellettuale della rimozione, il suo “no” un contrassegno della stessa, un certificato d’origine, all’incirca come il “made in Germany”. Mediante il simbolo della negazione il pensiero si affranca dai limiti della rimozione e si arricchisce di contenuti che gli sono indispensabili per poter funzionare. (Freud S., 1925, pp 198, trad ital. 2003 in Opere 10)

…. Il generale gusto di dire no, il negativismo di alcuni psicotici va inteso verosimilmente come indizio di un disimpasto pulsionale avvenuto per detrazioni delle componenti libidiche. Tuttavia, il compimento della funzione di giudizio è reso possibile soltanto dal fatto che la creazione del simbolo della negazione ha consentito al pensiero un primo livello d’indipendenza dagli effetti della rimozione e con ciò anche dalla costrizione esercitata da principio di piacere. (Freud S., 1925, pp 201, trad ital. 2003 in Opere 10)

La Verneinung, invece, appartiene all’ordine del discorso, e riguarda ciò che siamo capaci di far venire alla luce per una via articolata. Il principio detto di realtà interviene strettamente a questo livello. Freud lo esprime nel modo più chiaro in tre o quattro luoghi che nella sua opera abbiamo percorso in momenti diversi del nostro commento. Si tratta dell’attribuzione, non del valore del simbolo, Bejahung (scritto da me: affermazione), ma del valore di esistenza. Di questo livello, che Freud colloca nel suo vocabolario come quello del giudizio di esistenza, egli dà, con una profondità mille volte in anticipo su quanto si diceva al suo tempo, la seguente caratteristica – che si tratta sempre di ritrovare un oggetto.(Lacan J., 1956-57, pp 99-100, trad. ital. 1985).

Allo stato è rintracciabile una clinica della Verneinung in Bartleby e in Chance?
Bartleby è lo scrivano descritto da Melville, e grazie al discorrere con il notaio, che lo assume presso di se, usa dire ad ogni compito che gli viene chiesto, e secondo qualsiasi modalità: preferirei di no. Questa interiezione, a secondo del contesto, assume svariate forme interpretative; infatti il notaio rimane ogni volta disorientato nei confronti di un tale dire. In effetti il “ preferirei di no” tradotto dall’inglese “I would prefer not to ..” richiama l’attenzione sull’utilizzo del condizionale presente del verbo preferire, sapendo che appunto il condizionale si è formato a partire dalla fusione del verbo all’infinito con le forme coniugate del verbo avere (in quanto ausiliare), sembrerebbe rimandare ad “io preferisco avere «di» no”; quella preposizione “di” restituisce un senso di appartenenza al no. Ciò potrebbe essere ascritto al generale gusto di dire di no, indizio, come sostenuto da Freud, di un disimpasto pulsionale. Questo “no” che però pervade anche i silenzi e gli atteggiamenti di Bartleby, che ad un primo approccio fa volgere lo sguardo presso qualcosa che lo rende non-esistente come umano; mentre, ad uno sguardo ulteriore ci si accorge che quel “no” che lo pervade e lo invade, anch’esso un modo d’essere umano, è altro, riporta al simbolico di Lacan. 
Chance è il giardiniere descritto da Kosinski, trasposto in forma cinematografica da Ashby ed intepretato egregiamente da Sellers; morto il padrone, si trova a vagare per le strade oltre il giardino, fino a quando il caso vuole di essere investito da una donna ricchissima. Portato, sia letteralmente che metaforicamente, in un ambiente non di fiori ed alberi, ma dove si trova immerso nel discorrere degli esseri presenti, si ritrova ad assumere un posto che l’immaginario degli astanti vogliono fargli ricoprire data l’assenza d’identità. Il “no” di Chance è rintracciabile non solo nei silenzi, nelle pause lunghe, ma anche nel “mi piace guardare”; quindi sembra che non riguardi qualcosa che ri-cerchiamo, anche se per vie articolate, ma dell’assenza di quel che non può essere cercato perché non c’è.
Le opere di cui stiamo provando a dare una lettura entro certi limiti e con particolare riguardo, sono state prodotte da autori; quel che hanno scritto, realizzato sotto forma cinematografica, ed interpretato, lascia un’inevitabile rimando a loro stessi, ed anche se ci siamo proposti di interrogarci sul sopra-che-cosa di Bartleby e di Chance e dunque sul ciò-che-il-discorso-dice di questi personaggi è opportuno evidenziare sul sopra-che-cosa di Melville, di Kosinski, di Ashby e forse anche dello stesso Sellers e quindi ciò-che-il-discorso-dice di questi uomini. Probabilmente è su questi che meglio possa calarsi la clinica della Verneinung, in quanto il loro discorso riguarda ciò che sono capaci di far venire alla luce per una via articolata, e per riprendere una citazione di Freud: Questa è una cosa che preferirei rimuovere.
Cosa  è Verwerfung? È la forclusione e/o il rigettare (respingere):

Egli la respinse e si attenne alla teoria del coito anale. Quando dico “respinse”, il significato più immediato dell’espressione è che non ne volle sapere affatto, e cioè la rimosse. Nessun giudizio, dunque, fu propriamente formulato circa l’esistenza dell’evirazione, ma si fece semplicemente conto che essa non esistesse. (Freud S., 1914, pp 558, trad. ital. 2005)

Secondo J. Lacan, si tratta di un «difetto che dà alla psicosi la sua condizione essenziale, con la struttura che la separa dalla nevrosi» (A cura di: Chemama R. e Vandermersch B., 1998, pp 128, trad. ital. 2004)

La forclusione di questo significante primordiale si individua in tutti i suoi effetti nel dire di un paziente psicotico. Da nessuna parte, asserisce Lacan, il sintomo viene più chiaramente articolato nella struttura stessa. La catena parlata si presenta senza limiti e senza vettorializzazioni. La perturbazione del rapporto col significante si manifesta nei disturbi del linguaggio, come i neologismi, le frasi a carattere stereotipato, l’assenza di metafore. I punti di capitonnage (points de capiton, punti di capitone, è una metafora ricavata dall’antica arte del materassaio) del discorso – punti di giuntura fondamentali tra il significante e il significato – allentati o che non sono mai stati stabiliti, ne consegue un loro sviluppo separato, con la preminenza del significante in quanto tale, svuotato di ogni significazione. Si produce l’emergenza di fenomeni automatici in cui il linguaggio si mette a parlare da solo, secondo il modo allucinatorio. È quindi il reale stesso che si mette a parlare. (A cura di: Chemama R. e Vandermersch B., 1998, pp 129, trad. ital. 2004)

La questione della Verneinung resta completamente irrisolta. L’importante è accorgersi che Freud ha potuto concepirla solo ponendola in relazione di qualcosa di più primitivo. Egli ammette formalmente nella lettera 52 che la Verneinung primordiale comporta un primo mettere in segni, Wahrnehmungzeichen (scritto da me: percezione carattere). Ammette l’esistenza di quel campo che chiamo campo del significante primordiale. Tutto quello che dice poi, in questa lettera, sulla dinamica delle tre grandi neuropsicosi alle quali si applica, isteria, nevrosi ossessiva, paranoia, presuppone l’esistenza di quello stadio primordiale che è il luogo eletto di ciò che per voi chiamo Verwerfung. (Lacan J., 1956-57, pp 99-100, trad. ital. 1985).

Allo stato è rintracciabile una clinica della Verwerfung in Bartleby e in Chance? Si.
Quando prima abbiamo cercato di individuare, in Bartleby e in Chance, l’uso che fanno del “no” e dell’esistenza di un “no” ci siamo imbattuti in due personaggi alquanto anomali, per modo di fare, di porsi, insomma di esserci, che in qualche modo la psicologia ingenua ci indurrebbe a collocarli tra i “folli”; questa è senz’altro un operazione di giudizio che tutti possono fare. I nostri due personaggi sono accumunati dal loro essere “nel no”, anzi “del no”; appaiono “nel no” e questo ci rimanda il loro essere appartenenti al “no”. Cosa ci spinge ad essere affermativi nel collocarli in una clinica della Verwerfung? Innanzitutto l’assenza di giudizio: Bartleby non si pone nella posizione di chi giudica, si lascia parlare semplicemente, offrendoci fenomeni automatici – preferirei di no; Chance altrettanto non esprime giudizi, si lascia andare solo al mero dire quello che il lavoro di giardiniere gli ha fatto conoscere – le piante e i fiori.
Il “no” di Bartleby sembra far risuonare una voce che viene a indicare un buco nel campo della significazione, un no che rimanda a quel “No-me del Padre” che forcluso nel simbolico ritorna nel reale; Bartleby a poco a poco nega tutto: il lavoro, la parola, la vita stessa; è da notare che Bartleby in precedenza era stato impiegato nell’Ufficio delle lettere morte; in qualche modo la Parola messaggera di vita, in realtà da la morte.
Il “no” di Chance è nel nome Chance, opportunità di “Being There” che ritorna nel reale in quanto forcluso nel simbolico, che lo colloca laddove gli altri vogliono porlo; a Chance piace guardare, guarda nell’eterna attesa di ritrovare, ma data l’assenza di ciò che cerca, la Legge, e con esso il desiderare, sarà sempre laddove ciò che guarda rimanda.

 

Bibliografia e altro

Ashby H. 1979 Regia di: Oltre il Giardino (Being There), durata 128', Con Peter Sellers, Shirley MacLaine, Melvin Douglas, Jack Warden

Chemama R. e Vandermersch B. 1998 a Cura di: Dizionario di Psicoanalisi, Gremese, 2005

Freud S. 1914: Dalla storia di una nevosi infantile (caso clinico dell’uomo dei lupi)  (trad. ital. in Opere. Vol. VIIº, Boringhieri, Torino, 2005, pp. 546-561).

Freud S.  1925: La Negazione  (trad. ital. in Opere. Vol. Xº, Boringhieri, Torino, 2003, pp. 197-201).

Heidegger M. 1927: Essere e Tempo, Longanesi e C., 2005

Lacan J. 1955-1956: Il Seminario: Libro III – Le Psicosi, Einaudi, 1985

Melville H. 1853: Bartleby (trad. ital, in Bartleby lo scrivano e altri racconti americani, Mondadori, 1992, pp. 5-47).

dott Giuseppe Ceparano (20 mar. 2009)

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Aggiornato: Novembre 29, 2016 13:52