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  • Forclusione del Nome-del-Padre
  • I disturbi del linguaggio nella psicosi
  • Le allucinazioni verbali

Che cos’è il fenomeno psicotico? E’ l’emergenza nella realtà di un significato enorme che sembra nulla – è questo, in quanto non può ricollegarsi a nulla, poiché non è mai entrato nel sistema della simbolizzazione – ma che può, in certe condizioni minacciare tutto l’edificio”. (Sem. III, p. 75)

 

 

 

 

Ricercare le cause, per poter comprendere cosa accada in un fenomeno psicotico, con lo scopo di ottenere una spiegazione a monte di questo accadere è il modo attraverso cui individuare il nesso tra causa e senso? Questo mi è sembrato cogliere dalla lettura del Seminario III “Le psicosi” di Lacan. Senz’altro non posso non ammettere che il fare comprendente per individuare il senso, di matrice fenomenologico, mi ha attraversato e apprendendo dalla lettura del Seminario che non basta comprendere per individuare il senso, ma è nel fare deterministico che probabilmente si coglie la causa che è da sempre alla base della spiegazione del senso, mi ha per un bel po’ destato sorpresa, come se si fosse aperto un nuovo orizzonte, ma un orizzonte che all’indomani, di una seppur non profonda esperenzialmente ricerca nel vasto mondo psicotico, mi sembra di dover raccogliere per metabolizzarlo affinché mi possa essere da supporto, quantomeno conoscitivo, nel tentativo di istallarmi nella Cura.
Lacan senz’altro pone il dominio della cultura nell’essere umano, propone il linguaggio come modello strutturale e strutturante della psiche e partendo da questi presupposti propone un’indagine esplicativa delle cause che sono alla base delle psicopatologie. Volendo nella fattispecie soffermarci sulla psicopatologia detta appunto psicosi non si può che rimandare la nostra attenzione sul meccanismo costitutivo della psicosi, che per Lacan è appunto la Forclusione del Nome-del-Padre.
Lacan nomina Forclusione (forclusion – Verwerfung) quel difetto che da alla psicosi la sua condizione essenziale e che la distingue in modo radicale dalla nevrosi, segnando nettamente le distanze di queste due strutture essenzialmente differenti. Volendo comprendere a cosa sia servito l’utilizzazione del termine Forclusione bisogna per forza di cose allacciarsi allo schema a L; cioè quella costruzione topologica che permette di rendere conto di come la parola funzioni nella misura in cui ordina la soggettività dell’essere parlante secondo l’asse simbolico e immaginario partendo dal luogo Altro, definito come luogo in cui la parola si costituisce; Altro che deve essere riconosciuto ma non conosciuto, che ci deve poter sorprendere perché non si sa fino in fondo cosa ci si può aspettare da questo Altro.
Ritornando all’utilizzo del temine Forclusione sembrerebbe indicare ciò che non sia stato iscritto, anzi, che sia stato rigettato dal registro simbolico, infatti, se è vero che il luogo Altro preesiste nel soggetto, le modalità del rapporto del soggetto con questo Altro non sono affatto precostituite. Lacan, per spiegare il meccanismo di simbolizzazione, riprende l’esempio fatto da Freud, quello del bambino che gioca con il rocchetto che lo fa sparire e riapparire pronunciando le parole “fort-da” indicandoci il modo attraverso cui il soggetto si introduce nel linguaggio e avanzando l’ipotesi che questa modalità debba essere una prima fondamentale simbolizzazione.  
Ma cosa è forcluso nella psicosi? Il significante dei significanti, vale a dire quell’elemento del discorso, reperibile a livello conscio ed inconscio, che rappresenta il soggetto e lo determina; ed è in quanto non-ammesso, non-integrato nell’universo simbolico del soggetto, che ciò riappare sotto forma di allucinazione, la quale presentifica nel reale proprio ciò che è stato abolito simbolicamente. Al posto di questa costruzione simbolica si crea un buco, una mancanza a livello del significante, che a dire di Lacan sembrerebbe incolmabile.
Cos’è il significante Nome-del-Padre? Il Nome-del-Padre sembrerebbe il fulcro attorno a cui si organizza la catena significante, consentendo la costituzione di un campo significante a partire dal quale si stabilisca l’ordine dei significati umani, cioè un campo di significazioni. Lacan per illustrarci il ruolo centrale svolto da questo significante ne parla attraverso la metafora della “strada maestra” nelle pagine 343-344 del seminario, che potrebbe essere considerata come la nostra autostrada, che ci congiunge nel posto “desiderato” senza farci attraversare i singoli paesi che ci separano dalla destinazione; inoltre in ragione di questa precisa funzione cita il Nome-del-Padre come esempio del “punto di capitone”: il nodo principale, quello attorno a cui ruotano tutti i significanti.
Alla base di una psicosi c’è sempre una struttura psicotica, un buco nel registro simbolico, una mancanza dovuta alla non simbolizzazione del Significante del Nome-del-Padre prodotto da un discorso in cui è assente colui che può rendere desiderabile la madre, quindi sembra essere una mancanza della mancanza.
Avere una struttura psicotica non significa però essere psicotico, la metafora dello sgabello a tre gambe rende bene l’idea, in quanto uno sgabello con tre piedi può restare in equilibrio per tutta la vita di un soggetto, cosi come un soggetto in cui è forcluso il significante del Nome-del-Padre può restare in equilibrio per sempre.
Cosa accade affinché si possa scatenare una psicosi? Lacan scrive “a un certo incrocio della sua biografia, viene messo a confronto con quel difetto che esiste da sempre”, quindi sembrerebbe accadere nel momento in cui la casualità strutturale (la Forclusione del Nome-del-Padre) incroci una casualità accidentale, cioè quando il soggetto incontra quel significante; come Schreber quando viene investito di una carica di vertice: presidente della corte d’appello di Dresda.
Nel Seminario III si percepisce come Lacan ponga in risalto nel soggetto, al momento della congiuntura dello scatenamento, l’essere chiamato dell’Altro a rispondere in “prima persona”, a “prendere la parola”, ovvero a soggettivare, senza l’ausilio del patner speculare, la propria posizione in rapporto all’altro simbolico.
Prima di addentrarci nel discorso della pre-psicosi, dello scatenamento e della stabilizzazione credo opportuno dare qualche appunto in merito ai disturbi del linguaggio e alle allucinazioni, affinché possa essere più chiaro e comprendente il fenomeno psicotico.
Volendo parlare di disturbi del linguaggio e cercando di rintracciarli nel qui ed ora di un colloquio bisogna innanzitutto tener conto di quanto detto in merito allo schema L, in modo da poter cogliere  la posizione del soggetto, infatti se si rimane sull’asse delle relazioni immaginarie molti elementi per poter capire che si tratta di un soggetto psicotico inevitabilmente sfuggono, ed anche se è vero che la psicosi presenta una serie di disturbi collocabili proprio a livello immaginario, ma il punto è che la psicosi non è riducibile ad essi e a dire dello stesso Lacan “perché si sia nelle psicosi, ci vogliono turbe del linguaggio”. Quindi bisogna attendere che il paziente “parla di sé” e non solo un parlare all’altro, dando testimonianza di questo suo mondo, affinché appaia qualcosa: il neologismo. Neologismo che si manifesta principalmente nella versione dell’intuizione delirante, con la formazione di una parola particolarmente densa ed originale carica di una significazione enigmatica, che però risulta essere irriducibile come l’utilizzo del termine “galoppinare” (p. 38 Seminario III); oppure nella versione della formula o ritornello, in cui si ripete qualcosa senza che la significazione rinvii ad un'altra significazione. Queste versioni sembrano essere due manifestazioni opposte in cui una vi è un eccesso di significazione, dall’altro un difetto di significazione, ma accomunate dalla totale assenza di dialettica in cui si presentano.
Nella psicosi non manca l’Altro, in quanto lo psicotico è abitato dal linguaggio, quello che manca è la funzione stabilizzante (Nome-del-Padre appunto), quindi l’Altro, non riconosciuto ma solo allusivamente indicato, lasciano il soggetto in balia delle relazioni immaginarie e del ritorno nel reale di ciò che non è stato simbolizzato. La mancanza a livello significante, ciò che è rifiutato nell’ordine simbolico che risorge nel reale, da luogo alle allucinazioni o meglio allucinazioni verbali in quanto è l’inconscio non simbolizzato che parla.
All’interno di una struttura psicotica è possibile reperire delle fasi, corrispondenti alla cosiddetta pre-psicosi, al momento dello scatenamento ed alla stabilizzazione.
Lacan parla di pre-psicosi intendendo indicare l’esistenza non di una struttura a sé stante, non-psicotica o quasi-psicotica, ma una fase in cui la psicosi non si è ancora scatenata, in cui il soggetto si accosta “al bordo del buco”, il buco aperto dall’assenza del significante dei significanti (Nome-del-Padre), prodotto dalla mancanza della mancanza; si tratta del “momento fecondo”, in cui il soggetto inizia a provare perplessità, confusione, senso di estranietà a dire di Lacan: “periodo di confusione panica”; Wahnstimmung appunto. Un pullulare immaginario che compensa la carenza simbolica, più correttamente usando le parole di Lacan “momento in cui dall’altro come tale, nel campo dell’altro, viene l’appello di un significante essenziale che non può essere ricevuto” (p. 362 Seminario III). Cosa accade quindi in questa fase? Si verificano fenomeni elementari che irrompono nella vita del soggetto e che gli appaiono provenienti dall’esterno, dal reale, sotto forma di voci, sussurri, grida; che rendono il soggetto perplesso e invaso a sua insaputa e non padroneggiabile.
Il passaggio dalla pre-psicosi allo scatenamento può essere ascritto al passaggio dal “sarebbe” del suo pensiero iniziale all’”essere” del suo delirio compiuto. L’impatto con il buco nel momento in cui non potrà più fare uso delle stampelle immaginarie e della serie di identificazioni puramente conformiste lo portano a precipitare, si ha quindi l’esperienza di fine del mondo; Weltuntergangserlebnis appunto.
La stabilizzazione accade nel momento in cui avviene quella operazione di ricostruzione simbolica che si serve di materiale immaginario e che sorge dalla necessità di riorganizzare la trama significante: il delirio. Come dice lo stesso Lacan: gli psicotici amano il loro delirio come amano se stessi.
A volte è proprio il passaggio all’atto, (come nel film “El” quando in chiesa il paranoico attacca il parroco) che consente di colpire all’esterno un nemico interno, il persecutore dal quale il paranoico riesce con un gesto estremo a separarsi, risulta essere una modalità di stabilizzazione della psicosi.

dott Giuseppe Ceparano (20 mar. 2007)

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Aggiornato: Novembre 29, 2016 13:52