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Connessioni con la Ricerca del principio nei Presocratici

La “Cura”, mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso; pensierosa, ne raccolse un po’ e incomincio a dargli forma. Mentre è intenta a stabilire che cosa avesse fatto, interviene Giove. La “Cura” lo prega di infondere lo spirito a quello che aveva formato. Giove acconsente volentieri. Ma quando la “Cura” pretese di imporre il suo nome a ciò che aveva formato, Giove glielo proibì e pretendeva che fosse imposto il proprio. Mentre la “Cura” e Giove disputavano sul nome, intervenne anche la Terra, reclamando che a ciò che era stato formato fosse imposto il proprio nome, perché gli aveva dato una parte del proprio corpo. I disputanti elessero Saturno a giudice. Il quale comunicò loro la seguente equa decisione: “Tu, Giove, poiché hai dato lo spirito, alla morte riceverai lo spirito; tu, Terra, poiché hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, fintanto che esso vivrà lo possieda la Cura. Poiché però la controversia riguarda il suo nome, si chiami homo poiché è fatto di humus (Terra)”.

La favola sopra esposta è raccolta in un testo di Caio Giulio Igino (I° sec. a.C. – I° sec. d.C.) risalente all’antica mitologia Greca, vuole essere il tentativo di cogliere, in questo breve saggio, i campi di possibilità della Cura, visto che la professione di “psicoterapeuta” vuole ed è da sempre istallata in essa. La Cura, così come riportata nei dizionari, significherebbe: pensiero attento e costante per qualcuno o qualcosa; attenzione, riguardo. Dallo studio etimologico si intravede che la parola Cura derivi dal latino Coèra e Coira che gli antichi etimologisti ricongiunsero a Cor (Cuore); ma i moderni ritengono scaturisca dalla radice Ku = Kau, Kav osservare, guardare; anche assennato, saggio, conoscere. Quindi sollecitudine, grande ed assidua diligenza, vigilanza premurosa, assistenza, grave e continua inquietudine.
Da quanto detto, e dai modi con cui noi utilizziamo la stessa, (es. fai questo lavoro con cura), potremmo senz’altro asserire che la Cura mi si dà nel suo essere da sempre nell’uomo con la caratteristica della centralità a cui sono rivolti i sensi, dunque mi si dà nella sua “sensibilità”.
Volendo individuare a questo punto se la ricerca rientra nei campi di possibilità della Cura, sapendo che è sia l’atto che l’effetto del ricercare e, volgendo lo sguardo presso la categoria del cercare, ci accorgiamo del suo andare attorno, quindi studiarsi, ingegnarsi di trovare ciò che fa bisogno, o desiderio, o che si è smarrito; possiamo quindi affermare che nel suo muoversi presso, nell’andare attorno appunto, è individuabile la necessità, o meglio l’indispensabilità, nel processo di Cura di questo modo di fare.
Grazie all’atto del ricercare, colui che presta Cura, si installa nel registro dell’aiuto, che come sostiene Heidegger costituisce il modo autentico di esplicarsi nella cura: io aiuto l’altro affinché possa essere libero di prendersi cura di sé.
Ricerca quindi come movimento che porta a un processo di svelamento, che dona all’altro la possibilità di potersi accorgere delle grammatiche in cui è istallato, questa è senz’altro Cura.
La possibilità di potersi prender Cura di Sé richiede necessariamente la consapevolezza di Sé ma anche di ciò che ci circonda; i presocratici hanno volto il loro sguardo presso la natura, hanno cercato di svelarla, ricercando appunto i principi che la governano, le grammatiche che sottendono e, individuando, nel contesto e con gli strumenti in loro possesso, il modo di guardare oltre, per poter scorgere il principio delle cose; grazie alla loro collocazione nella Cura hanno tramandato a noi quelle che sono state le loro ricerche e che hanno dato la possibilità ai posteri di continuare l’assidua e necessaria operazione di svelamento.
L’aderenza al modello fenomenologico, volge la mia attenzione presso quelli che sono stati i presocratici che in qualche modo, pur rivolgendosi alla natura nel suo insieme e non all’uomo in particolare, hanno individuato nella ricerca dell’”origine” un principio astratto, quindi è giusto annoverare filosofi quali Eraclito e Parmenide.
Lo stesso Heidegger fa riferimento ad Eraclito, nel momento in cui volge il proprio sguardo presso il fenomeno originario della verità e la provenienza del concetto tradizionale di verità, ed in modo specifico a quanto è riportato nel primo frammento del capitolo dedicato ad Eraclito nell’edizione di Diels, dove si fa esplicitamente riferimento al “logos”, come ciò che dice come stanno le cose, che non è da tutti colto, quindi il fenomeno della verità si annuncia nel senso dell’esser scoperto.
Eraclito è anche il filosofo a cui è stata attribuita la tesi dell’eterno divenire della realtà, anche se non ci sono frammenti relativi a questa in modo esplicito. Inoltre è da attribuire allo stesso la dottrina della tensione degli opposti ed in questa accezione si potrebbe assegnare al logos il senso della legge della realtà, una legge che consiste nella continua presenza e lotta di elementi contrastanti.
Parmenide sostiene che la realtà è un tutto omogeneo, uno, eterno e continuo, all’interno della quale soltanto hanno un senso e una spiegazione i molteplici fenomeni col loro divenire e col loro cambiare, che definisce to eon (ciò che è); le sue deduzioni e le dimostrazioni con il metodo logico, lo portano ad individuare le caratteristiche di ciò che è, definiti semata.
Per questo filosofo il concetto di unità è il concetto fondamentale di ciò che è, mentre il tempo è la solo misura possibile per le cose che sono.
Nel testo “Essere e tempo” di Heidegger i riferimenti a Parmenide sono vari e lo assume ad esempio nel momento in cui tratta della curiosità, ossia quella tendenza particolare al vedere (caratteristica dell’essere della quotidianità), rilevando il principio secondo cui “l’essere è ciò che si manifesta alla visione intuitiva pura: solo questo vedere scopre l’essere”.
Heidegger attribuisce a Parmenide la scoperta dell’essere dell’ente, il quale identifica l’essere con l’apprensione intuitiva dell’essere (così come rilevato dal 5 frammento).
Il fatto che la dea della verità che guida Parmenide lo ponga innanzi a due vie, quella dello scoprire e quella del nascondere significa che l’Esserci è già sempre nella verità e nella non verità. La via dello scoprire è raggiunta solo nella distinzione consapevole delle due possibilità e nel decidersi per la prima. Il fatto che l’essere-nel-mondo è determinato dalla verità e dalla non verità, è riposta in quella costituzione dell’essere dell’Esserci, che Heidegger caratterizza come progetto gettato. Essa è un costitutivo della Cura.
Volendo terminare il discorso sulle connessioni tra la Ricerca del principio nei presocratici con la Ricerca come possibilità della Cura, senza dimenticare quanto di fondamentale hanno scorto gli altri filosofi presocratici, ritengo giusto affermare che il modo di porsi del filosofo di questo periodo ha molto di attinente con quanto noi siamo chiamati a fare nello spazio e nel tempo della terapia psi, l’attenzione e l’osservazione costante, sono a fondamento del nostro operare, oltremodo è di effettiva chiarezza quella ricerca della sintesi frutto dell’intuizione pura che solo un processo di svelamento può determinare.
 Concluderei con un’estemporanea riflessione sulla Cura come accadimento dell’atto di Amare e forse preferisco in questo caso mostrarlo senza volerlo in questa occasione tentare di svelarlo citando il testo di una canzone di Franco Battiato dal titolo “La Cura”:

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza.
I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te...
io sì, che avrò cura di te.

dott Giuseppe Ceparano (14 dic. 2007)

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Aggiornato: Novembre 29, 2016 13:52