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Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica  Rivista Comprendre  Scuola di Psicoterapia e Fenomenologia Clinica
 



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- Linguaggio e schizofrenia: così come mi appare

Quanto proverò a scrivere accade in quanto sono un essere parlato dal linguaggio, parole queste che mi hanno da sempre sconvolto e che mi hanno indotto a soffermarmi per cercare di capire. Il linguaggio mi appariva come quello strumento che mi permetteva di poter comunicare con il mondo attorno a me, ed in effetti grazie a questo strumento che strutturo il mio discorso e cerco di renderlo comprensibile a quanti sono di fronte a me e condividono la stessa lingua, cercando di creare le giuste connessioni tra i significanti che adoperò e i significati che voglio esprimere; spesso però mi accorgo, in particolare circostanze, che mi può capitare di adoperare questo strumento, parlando appunto, ma di non riuscire a dare a quei determinati significanti, che adopero, le giuste connessioni rendendo il significato non chiaro; quando accade ciò cado in una profonda delusione e mi auguro di non essere divenuto folle. Ma a questo punto mi chiedo, allora se sono parlato dal linguaggio, questo linguaggio assume configurazioni differenti a seconda delle situazioni in cui mi trovo? O il linguaggio è strutturato in modo tale da permettere le due configurazioni prima esposte? Certo è che il linguaggio è un sistema di simboli finiti arbitrari combinati in accordo alle regole della grammatica per poter comunicare, o come definisce De Saussure la langue: la somma di impronte depositate in ciascun cervello. Parlare di simboli e di grammatiche, lascia cogliere il linguaggio come un qualcosa che va oltre al linguaggio verbale che contraddistingue tutte le lingue, infatti anche i delfini hanno un proprio linguaggio, dove i simboli sono contraddistinti dalle varie distinte e finite sonorità che emettono, e la grammatica potrebbe essere le regole con cui sono solitamente adoperate; esiste un linguaggio anche nelle trasmissione di informazione che avvengono tra le cellule del nostro sistema nervoso, dove i simboli sono i finiti neurotrasmettitori e le grammatiche potrebbero essere le regole per la loro emissione in base agli stimoli ricevuti. Alla luce di ciò anche un animale potrebbe essere schizofrenico se la linguisticità naturale sia costitutivamente presente nella formazione e negli esiti finali del modo schizofrenico di stare al mondo. Il linguaggio per poter essere manifesto ha necessariamente bisogno che alcune caratteristiche siano presenti, pensando al linguaggio verbale senz’altro è necessario una apparato fonatorio, condizioni di possibilità appunto che devono esistere affinché il linguaggio appaia al mondo. Ma forse è opportuno fare alcune considerazioni su cosa mi immagino sia il linguaggio, in effetti esso mi si da attraverso la parola, attraverso gesti, attraverso altri supporti, ma esso non è solo la parola, il gesto, il supporto, è un ente attivo: che si solleva da qualcosa, che attraversa qualcosa e raggiunge qualcosa; non è solo ricevente e trasmittente, ma mi si da nell’agire, quindi è un ente, che si avvale di cose, come i simboli, e le grammatiche su cui muoversi; inoltre sembra giusto ritornando a De Saussure che definisce la parole come quell’aspetto individuale e creativo del linguaggio, che da maggiore risalto al darsi del linguaggio nell’agire. Noi conosciamo l’altro che è di fronte a noi attraverso il linguaggio, è come se quest’ente ci permettesse di essere visibili, da la possibilità di presentarci al mondo nel momento in cui siamo gettati, accettando si i simboli convenzionali su cui si posa e attraverso le regola su cui si articola ma anche e soprattutto essendo creativi nel poterlo adoperare, quando più simboli possediamo e quante più grammatiche abbiamo l’opportunità di cogliere, tanto più articolato e complesso può essere strutturato il nostro linguaggio, e aggiungendo quella componente soggettiva e creativa rendiamo il nostro linguaggio privato unico. Senza dubbio l’articolazioni e strutturazioni del linguaggio umano sono senz’altro tra le più complesse, anzi lo sono, ma questo è soprattutto dovuto alle condizioni di possibilità insite nella strutturazione non solo del sistema nervoso, ma dell’intero corpo.
Siamo spesso chiamati nel nostro operare da terapeuti psi di fronte all’altro, che manifesta il proprio mondo attraverso il proprio linguaggio, di questo ne prendiamo atto e con i nostri sistemi di simboli e regole cerchiamo di comprendere quello che in modo manifesto ci appare, e solo un’attenzione fenomenologia verso ciò che ci appare permette di aprire un varco conoscitivo di quel mondo che spesso l’altro porta. Certamente il linguaggio sotto qualsiasi modo in cui si può manifestare rappresenta il mondo attraverso cui immergersi per operare un intervento sulle regole che costituiscono le grammatiche, necessarie per combinare quell’insieme di simboli finiti, che da sempre sono presenti. Leggendo l’opera “Psicopatologia del linguaggio” di Pennisi, ma soprattutto le raccolte dei testi dei soggetti della ricerca che conduce, mi viene da pensare che l’inevitabile comparazione di pazienti con disturbi organici e funzionali dell’apparato celebrale è efficace per evidenziare come nei primi siano evidenti problematiche legate al linguaggio verbale, imputabili a mio avviso a condizioni di possibilità limitate dal deficit organico, mentre nei secondi le problematiche legate al linguaggio potrebbero essere imputate al sistema di connessioni interneuroniche; soffermandomi sulla produzione o meno di neologismi, i primi paiono non costruire significanti nuovi per esprimere significati incomunicabili, bensì necessità di esprimere un significato comune, comunicato con significanti impropri utilizzati in mancanza d’altro, i secondi invece, sempre riferendoci ai neologismi, appaiono come combinazioni, direi creative,  di significanti d’uso comune per esprimere significati nuovi che altrimenti non potrebbero essere espressi. È opportuno soffermarci un attimo su cosa la schizofrenia sia, o meglio quali condizioni di possibilità mette in campo affinché si manifesti il linguaggio, lo schizofrenico così come riportato dai manuali diagnostici è un essere con determinati sintomi, tra cui le allucinazione e i deliri, ma forse quello che a mio avviso lo contraddistingue è: la mancanza di prossimità al mondo dello scambio con l’altro da sé; rileggendo il “Progetto di una psicologia” (1895) di Freud mi sono imbattuto presso quella che è la suddivisione del sistema nervoso in sistema φ (cellule nervose permeabili), ψ (cellule nervose impermeabili) e ω (cellule nervose impermeabili deputate alla coscienza); il primo in contatto con il mondo esterno, che riceve stimoli dall’esterno, e che alimenta le risposte verso l’esterno; il secondo in contatto con il mondo interno e depositario della memoria; il terzo in connessione con il secondo e che agisce ai periodi di permanenza della Qη (quantità di energie interneuronica) nel sistema ψ, e grazie al suo intervento accade ciò che potrebbe essere definito esame di realtà. A questo punto cerco di descrivere cosa mi sono immaginato accada nello schizofrenico; nell’esordio psicotico, nella fase di Wahnstimmung, è come se il soggetto fosse in preda ad una sovreccitazione del sistema φ, come sé i filtri con il mondo esterno decadessero dal loro scopo di accogliere discriminando ciò che accade nel mondo esterno, probabilmente ciò è dovuto ad una sommazione di Qη nel sistema ψ prodotta da una profonda angoscia, che insorgerebbe quando i processi di pensiero, quindi tramite trasferimento di Qη nel sistema ψ, si avvicinano in prossimità di vissuti dolorosi dati per mancanza di tracce mnestiche della cosa a cui tendere o anche dell’informazione per raggiungerla, allora tutta l’energia si propaga oltre il sistema ψ, raggiungendo il sistema φ, facendolo fallire e determinando per il soggetto l’essere presso il tutto e presso il nulla; tutto ciò tenderebbe ad esaurirsi, siamo nella psicosi, modificando una volte e per tutte le connessioni del sistema φ con il mondo esterno, mentre nello stesso tempo il sistema ω, anche lui invaso dalla sovrabbondanza di periodo di Qη, si troverebbe ristrutturato attraverso connessioni che lo inducono a non svolgere più il compito di esame della realtà come prima, ma rispondendo anche a percezioni o movimenti di Qη, che non corrispondono solo ed esclusivamente alle sensazioni prodotte dal mondo esterno, ma probabilmente ed evidentemente, a reminescenze di quella “cosa” che si stava cercando o dell’informazione per raggiungerla  che per mancanza non la si è trovata, dando origine ad allucinazioni e deliri. Alla luce di ciò mi viene in mente il caso del presidente Schreber, che nel momento in cui si è trovato a dover ricoprire l’incarico più alto, nel suo procedere verso questo ruolo attraverso un processo di pensiero, ha trovato un vuoto, una mancanza nelle proprie tracce mnestiche che lo ha indotto a vagare per poi approdare alla psicosi. Mi viene in mente un mio paziente A. dedito alla mondanità e alla frivolezza del vivere, fino a quando le responsabilità del crescere, lo hanno indotto a dover raggiungere quel ruolo che per mancanza non aveva, quel padre che pur se esisteva, non era mai stato cosalizzato nel sistema mnemonico, come oggetto presso cui soggiornare nell’immediatezza del dover responsabilizzarsi, probabilmente la traccia non si era creata e l’informazione intrisa di desiderio che poteva giungere dalla figura altra (la madre), che lo poteva quanto meno idealizzare, non era stata mai generata, e forse l’unica cosa che lo potesse rappresentare in un processo di pensiero si scontrava con un vissuto doloroso, prodotto dall’abbandono, facendolo una volta  e per sempre installare nell’essere “l’inutile guerriero”. Quindi se il sistema ω non adempie più a quell’esame di realtà a cui è deputato, o meglio il segno di realtà non è più prodotto esclusivamente dalle sensazioni, sembrano inevitabili fenomeni come l’allucinazione: vedere ciò gli altri non vedono, sentire ciò che gli altri non sentono; e i deliri: essere certi assolutamente di quel che i processi di pensiero dicono, rendendo ciò che può sembrare fantasia per la maggior parte degli esseri, reale, probabilmente dovuta ad una ristrutturazione del sistema ψ che ha prodotto delle tracce mnestiche di “cosa” e di informazioni per raggiungerla, che nella realtà comune non esistono. Ritornando al linguaggio, ed in particolare ai neologismi, sembrerebbero nominazioni di “cosa” non altrimenti comunicabili, in quanto non di patrimonio comune.
Le ricerche sul linguaggio schizofrenico, o meglio sul parlato schizofrenico, mi appaiono, alla luce di quanto detto, indispensabili affinché si possano determinare evidenze che sono in grado di farci svelare quell’agire che determina il linguaggio, e che ci mostri quelle rilevanze strutturali e strutturanti insite nel linguaggio in quanto tale.

Bibliografia

H. Arendt, Vita Activa, ed. diretta da S. Finzi Tascabili Bompiani, Milano, 2008, pp. 1-152.

B. Callieri, Quando vince l’ombra, ed. EUR, Roma, 2001, pp. 87-110.

S. Freud, Progetto di una psicologia, Capitolo I, in Opere, vol. 2, ed. diretta da C. Musatti, Boringhieri, Torino, 1980, pp. 201-236.

F. Lo Piparo, Sulla Linguisticita della Schizofrenia, in Patologia del linguaggio e scienza cognitiva, a cura di A. Pennisi, R. Cavalieri, ed. il Mulino, Bologna, 2001, pp. 327-345.

A. Pennisi, Psicopatologia del Linguaggio, ed. Carocci, Roma, 1998.



(25-giu.-2008)
dott. Giuseppe Ceparano

- La Personalità: tra il senso comune e le mie infrafilosofie



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Aggiornato: Novembre 29, 2016 13:52